Il logo della XV Edizione

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martedì 20 maggio 2008

III EDIZIONE 2004

LA TERZA EDIZIONE 2004

I risultati

Partecipanti: 327 (un solo elaborato per ogni partecipante).

Composizione della Giuria: Giuseppe Vetromile, presidente ed organizzatore del concorso; Ciro Carfora, poeta; Enzo Rega, poeta e critico letterario; Gerardo Santella, critico letterario; Ilaria Padulano, assessore alla cultura del Comune di Sant’Anastasia.

Sez. A – tema libero
1° premio: Armando Saveriano, Avellino. 2° premio: Giovanni Caso, Mercato S. Severino. 3° premio: Daniela Raimondi, Londra.
Menzioni di merito a: Gino Rago, Gerardo Pepe, Fabio Franzin, Benito Galilea, Carmen De Mola, Antonio Spagnuolo, Giovanni Vesta, Fabio Pelosi, Domenico Luiso, Umberto Vicaretti.
Segnalati i poeti: Giovanni Bottaro, Loriana Capecchi, Nino Falato, Franco Fiorini, Minos Gori, Giancarlo Interlandi, Gianni Rescigno, Adriana Scarpa, Antonietta Tafuri, Nino Vicidomini.

Sez. B – Il Vesuvio e il Monte Somma nella storia e nel folklore
1° premio: Salvatore Cangiani. 2° premio: Adolfo Silveto.
Segnalati i poeti: Vincenzo Cerasuolo, Massenzio Caravita, Carolina Martire Tomei.

Premio Speciale

Premio Speciale della Giuria conferito agli alunni della terza C e terza D, ed alla loro insegnante Carolina La Gatta della Scuola Elementare dell'Istituto Comprensivo De Rosa di Sant'Anastasia, per la realizzazione del libro "Magica Lettura", gustosa e sapiente opera di creatività artistica e di educazione alla poesia.

La cerimonia di premiazione si è svolta il giorno 4 novembre 2004 presso la Biblioteca Comunale di Sant’Anastasia, sita in Piazza Madonna dell’Arco.

Le poesie premiate


DÂR-AL-HARB
(Autobomba)

Quanto edonismo nella morte
Dubitoso sangue alla speranza non osi
Eppure alla fede fermenti cristallo dell’idea

Pioggia a Etrat ieri ieri ieri scomponendo fantasmagorie e Monet
Strepitoso suolo di Parigi la si vede come allora
à la Galerie Vivienne la venditrice di fiori annodare il foulard
: a Ramallah invece è un vecchio che mastica un segnale
contrizioni un chicco di calura respiro del vento là a inacidire
sulle accensioni di Al Ayyam tizzo di parole e ceneri

Figli di macerie (ragazzini uvapassita) vi contendete lo stesso kefya
(le bocche): le bocche hanno lo strazio delle frottole montate
(le voci): le voci ali di vespa brusio trasversale

Prima di domani saprò non saprò mi chiameranno “shahid”
:spezziamo questa cialda troppo dolce
e benvenuto un sesso (nome in codice Amira) gonfio di temporale

Già si contorcono voluttuosi i 72 corpi delle vergini
spingono a te i seni lustri d’olio Jarar rovesciano la gola ti aspettano sussurranti

certo certo la preghiera (anche questo un dono) certo certo

Come esplode un corpo?
Un linguaggio di pigmenti che si sfracella dal mio cranio sarà così sì
ed ecco il nero di seppia: congiunge a sé questi momenti altri momenti
il convolvolo dei ricordi li annulla tutti tutto

Trovati un grano di sale Jarar mi disse/mi dice qualcuno e sorridici dentro attraversandolo con l’occhio (devi pensare al popolo Jarar, al progetto)
:e riascoltavo Erik Satie L’ Occidente ti ha intossicato E’ ora è ora

(Un senso di vergogna: lì io Jarar revenant da Sabra, da Chatila17settembre1982
a tradire la mia gente i compagni a indugiare transfuga al Grand Café Colbert)

Dio non è pace non è salvezza la parola pace e qui
: qui si preme il piede sull’acceleratore: qui si punta al prossimo bersaglio: la debosciata gioventù ai tavolini di Ben Yehuda?

(Ci si avvolge nel mattino spaginandone le insopprimibili inconsolazioni)

Trovati
Sottopelle a scatti brucia un riso pazzo stazzonato e muto
un grano di sale
: stringi il volante e sorridici dentro “Shahid”
: sterza adesso attraversandolo con l’occhio

Non genererai figli (ma questi morti )
Trecento nomi morderanno un’unica candela

Chiudere gli occhi è tradimento?


Armando Saveriano, Avellino
1° premio sez. A

Motivazione della Giuria:

Osando ancora intrattenere commercio con la sperimentazione, l’autore sembra porsi alla confluenza fra l’esperienza dei Novissimi, per ciò che concerne la torsione della scrittura e il plurilinguismo, e quella del gruppo di “Officina”, per quanto attiene l’impegno dei contenuti. Così, lo scavo nel linguaggio e nei suoi ritmi, evidenziati anche graficamente, non si risolve in una mera autodissoluzione, come per i Novissimi, ma serve a sondare e inseguire la mostruosa realtà del presente per renderla in un dettato sapiente e curato che, pur nel suo alto tasso letterario, sa stare a ridosso di cose e corpi, e del loro massacro.

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E c’era tempo

Un’orma, un grido, un segno sopra il tufo,
il passo come crepitìo di foglie
e le parole bisbigliate al cielo,
quanto basta per ritrovare il cuore
nei petali d’allora.

Ansia di voli
e vesciche d’ortiche strette in pugno.
E si teneva il buio oltre la soglia
a frustare la trottola e il silenzio.
Dentro la casa l’onda del suo fuoco.

Acqua d’amore ai vasi di gerani,
il canto di fanciulle saracene
in spore d’anni ai fontanili antichi.
Sul muro d’amicizia il gatto nero
unghiava la carezza del tramonto.

E c’era tempo per trovarsi il pane,
tempo per le farfalle attorno al sole,
tempo per inseguire il cerchio e il vento.
La pioggia aveva perle nel cortile
e in ogni goccia pallida la luna.

Giovanni Caso, Mercato San Severino (SA)
2° premio senz. A


Motivazione della Giuria:

L’autore recupera frammenti di memoria attraverso segni, oggetti, gesti della quotidianità, che, pur conservando una loro fisicità, rinviano allusivamente ad una realtà “altra”, costruita con un linguaggio in cui su una tela di immagini ora lievi ora corporee si disegnano suggestive metafore, tramate da note dolceamare di un nostalgico spartito.

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La moglie di Lot

Stanotte ho liberato i miei cavalli.
Ho dato cibo ai cani ciechi
poi sono venuta fra i monti per cercarti.
Ho camminato scalza,
portavo fra le braccia girasoli accesi.

Non so più essere come mi volevi.
Sono soltanto un corpo chiuso,
la somma di mille fallimenti quotidiani.
Come potevo sopravvivere all’inverno
o ignorare ancora la luce del tuo volto.
Ora mi resta soltanto la fierezza assurda dei perdenti:
fermare il tempo con il dolce gesto di una mano,
sfidare a testa alta la furia di chi non sa piegarmi
né ha mai saputo leggermi nel cuore.

La morte, sai, non mi spaventa.
Non è che un mutamento impercettibile nell’aria,
un respiro che appena trema sulla terra
ma poi si acquieta, senza fare il minimo rumore.
E’ l’abbandono che più mi fa paura.
E’ il tuo abbandono quello che fa più male
mentre il tuo sguardo brucia e mi trasforma in sale.

Dimmi: sentisti le mie grida mentre il sangue si faceva pietra?
Trovasti in me la rabbia che ti nutrisse il cuore?

Come incontrare i tuoi occhi e non tremare
come fissare il cielo e non esserne distrutta.
Ma nonostante tutto
ancora mi tendevo alle tue mani
quelle tue mani grandi,
le tue mani così orrendamente vuote.

Ci sarà tempo adesso per dimenticare.
Un tempo senza limiti, come nell’infanzia.
E poi restare immobile fra le spighe di grano,
con questo orgoglio inutile a brillarmi dentro agli occhi,
con l’edera a stringere i miei polsi, ed i miei fianchi.

Daniela Raimondi, Londra
3° premio sez. A

Motivazione della Giuria:

Si usa a volte attingere idee ed impressioni da situazioni e vicende storiche, da avvenimenti biblici come nel caso di questa interessante lirica, per rielaborare e ricostruire poeticamente l'episodio. L'operazione non è certamente facile e puo' sconfinare nella mera trascrizione cronachistica, che nulla ha di veramente poetico. Ma quando la vicenda storica è solo un lontano riferimento che viene attualizzato, fatto proprio e quindi universalizzato, allora siamo di fronte ad una grande capacità di compendio poetico, ed è proprio il caso di "La moglie di Lot", in cui la vicenda biblica è assunta quale grande metafora di vita mulièbre, sofferta nella quotidianità ripetitiva e demoralizzante, ma riscattata dal desiderio di verità e di amore, seppure a caro prezzo ("E' il tuo abbandono quello che fa più male / mentre il tuo sguardo brucia e mi trasforma in sale").
La lirica è intensa e di sicuro effetto icastico.

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‘A primmavera d’ ‘o Quarantaquatto

Na mamma ‘inta nu scialle
primma ‘e fa’ notte asceva p’ ‘a campagna
‘nfosa ‘e rusata
a scapezza’ cu ‘e mmane annurecate
quacche fronna ‘e cicoria.
Po’ se chiammava ‘e figli
pecchè nun rummanessero ‘ncantate
‘a na fattura, quanno asceva ‘a luna.
Ogni sera na croce
p’attizza’ ‘a lampa sott’ ‘a nu tiano
‘e ramma attegnecuto
mentre appannava ‘a luce d’ ‘a lanterna
‘o fummo c’abbruciava dinta ll’uocchie.
E le pareva
quase ‘e senti’ ‘o calore ‘e l’ommo sujo
partuto pe’ gghi’ ‘a guerra
quanno arapeva ‘o furno e nu profumo
spanneva ‘o ppane comm’ ‘o sciato ‘e Ddio.
Po’ sola sola, stritto ‘mmiez ‘e diente,
se diceva ‘o rusario. E dint’ ‘a spiga
s’ammaturava ‘o ggrano,
turnava ‘o llatte ‘mpietto ‘a vaccarella
e ‘ncoppe ‘a vite ‘a primma pigna d’uva.
S’addurmeva ‘o dulore dint’ ‘e surche
d’ ‘a terra, ‘int ‘e fferite
cchiù annascose d’ ‘o core
mentre saglieva ‘o ffuoco ‘int’ ‘o Vesuvio
e primma ancora ca fernesse ‘a guerra
benette l’eruzzione.
Ma n’angelo vestuto ‘e primmavera
scennette a stuta’ ‘a lava
pe’ nun ferma’ ‘e surdate ca turnavano.
Sta mamma allora se renchiette ‘o scialle
cu ‘e sciure d’ ‘e gghianeste
ca lucevano ‘mmiez’ ‘e pprete nere
comme si tutte ‘e llacreme chiagnute
fossero addeventate schegge ‘e sole.

Salvatore Cangiani, Sorrento
1° premio sez. B

Motivazione della Giuria:

Dolce e amara la storia narrata in questa splendida poesia con versi altamente lirici e dal ritmo melodico, che denota una grande padronanza della lingua vernacolare napoletana. Dolce e amara nello stesso tempo, perche', in un unico quadro di dignitosa povertà ("Ogni sera na croce p'attizza' 'a lampa sott''a nu tiano 'e ramma attegnecuto…"), di nostalgica attesa ("E le pareva quasi 'e senti' 'o calore 'e l'ommo sujo partuto pe' gghi' 'a guerra…"), e di speranza ("E dint''a spiga s'ammaturava 'o ggrano, turnava 'o latte 'mpietto 'a vaccarella e 'ncopp''a vite 'a primma pigna d'uva…"), l'Autore riesce ad innestare la dolcezza di questa donna che, con lo scialle colmo di fiori di ginestra, corre incontro al suo sposo, il cui ritorno è reso possibile da "N'angelo vestuto 'e primmavera, sceso a stuta' 'a lava pe' nun ferma' 'e surdate ca turnavano…

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E nuje restammo

…’Na streppa ‘e sole, n’aria fatta ‘e niente,
tant’è liggera, ‘nu felillo ‘e viento,
‘na chiorma chiara ‘e nuvole ca’ passa,
n’auciello ‘ncopp’ ‘o rammo ca se spassa,
‘nu sorde ‘e luna ‘a sera ‘ncopp’ ‘o monte
ca te cunzola quanno ‘a luna sponta…

E nuje restammo!
E nuje restammo ‘nziem’ ‘o ffuoco muorto
cu ‘e braccia ‘ncroce e ‘o core appiso ‘a ciorta!

E comme ‘e furmechelle sfurtunate
ca portano ‘e mulliche ‘int’ ‘o pertuso,
malericenno ‘o juorno ca’ so’ nate,
forse ‘o sapimmo ca’ muntagna pazza
si po’ se’ scete, a tutte ‘nce scamazza.

Ma nuje restammo!
Mmiez’addore de’ pigne e de’ mimose,
vicino ‘a vocca ardente c’arreposa,
co’ chianto scunsulato de’ chitarre,
ca’ voce senza voce de’ guagliune,
‘ncantate dint’ ‘e suonne ca’ nisciuno
vulesse maje sunna’.

E nuje restammo!
Vicino ‘o ffuoco ca’ ‘nce volle ‘ncuorpo,
piglianne ‘a lava po’ surore ‘e Dio,
restanno ‘e figli da’ malinconia,
ca’ paura azzeccata dint’ all’uocchie
p’ogne scossa ca’ tremma ‘int’ ‘e ddenocchie.

Sì! Nuje restammo!
Cercanno ‘o senso ‘e chesta storia nosta
inutilmente: ‘a capa è troppa tosta!
E dint’ ‘e vvene addo’ se’ torce ‘o sole,
e fragne e mmore comme ‘a n’onn’a mmare,
nuje ‘nce criscimmo ‘a forza ‘e na’ canzone,
e “all’alba vincerò”, na vota ancora,
pe’ quant’overo esiste ‘o juorno e ‘a notte,
arricamammo meglio ‘e Pavarotte!

Adolfo Silveto, Boscotrecase (Na)
2° premio sez. B

Motivazione della Giuria:

Simbiosi di caparbietà e di melodico, nostalgico sentimento di attaccamento alla propria terra, alle proprie origini, questa poesia dai toni vibranti, impreziosita dal vernacolo napoletano che è sinonimo di passione e di forte intensità espressiva, simboleggia l'ormai eterno dissidio tra la necessità di sradicarsi dalle zone pericolose del territorio vesuviano, in vista di un malaugurato ma purtroppo possibile risveglio del nostro antico Vesuvio, e il desiderio forte, innato, di rimanere: "E nuje restammo", nonostante il pericolo, nonostante le piccole scosse telluriche di avvertimento, nonostante tutto, noi restiamo: è troppo intenso il sentimento che ci lega a queste terre, è troppo forte il dolore di un eventuale necessario distacco.

II EDIZIONE 2003

LA SECONDA EDIZIONE 2003

I risultati

Elaborati pervenuti: 408 (Un solo elaborato per ogni partecipante).

Composizione della Giuria: Giuseppe Vetromile, presidente ed organizzatore del concorso; Ciro Carfora, poeta; Pasquale Lubrano Lavadera, scrittore e pittore; Bruno Di Pietro, avvocato.

Sez. A – Tema libero

1° premio: Salvatore Cangiani. 2° premio: Minos Gori. 3° premio: Loriana Capecchi.
Menzioni di merito ai Poeti: Selim Tietto, Nino Falato, Antonietta Tafuri, Fabrizio Parrini, Alfredo Di Marco, Carlo Del Preite, Adolfo Silveto, Domenico Luiso, Ivano Mugnaini, Daniela Raimondi.
Segnalati: Benito Galilea, Paolo Sangiovanni, Marco Mazzuccato, Gianni Rescigno, Bruno Bianco, Salvatore Masullo, Maria Francesca Immè, Annamaria Granato, Laura Appignanesi, Pasqua Chirico, Gennaro Grieco, Primo Leone, Giulio Demarchi, Maria Pia De Martino, Giuliana Vanacore, Felice Osio, Caterina Bigazzi.

Sez. B – Colori, profumi e sapori del Somma-Vesuvio
1° premio: Giovanni Caso. 2° premio: Vitantonio Boccia. 3° premio:Carmine Capasso.
Menzioni di merito: Pompilia Pagano, Vincenzo Russo, Carmela Basile, Gerardo Altobelli, Gianni Ianuale.
Segnalati: Giovanni D’Amiano, Simona Torluccio, Salvatore Calabrese, Agostino Abate, Raffaele Galiero, Federica Bruno, Luigi Pumpo, Alfredo Mariniello.
Premio Speciale della Giuria al poeta Andrea De Cristofaro di Sant’Anastasia.
Premio Speciale della Giuria agli alunni della Scuola Media Statale “Alighieri-Pacinotti” di Marigliano (Na).

Cerimonia di premiazione: 8 maggio 2003, Biblioteca Comunale di Sant’Anastasia.

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Le poesie premiate

Datemi il tempo

Datemi il tempo
d’una notte insonne
e quel sapore di polvere e pianto
che rese amaro il latte delle madri
accucciate con noi dentro gli anfratti
della città crollata.

Il tempo d’un rosario
a una Madonna nera, da scandire
sui volti ormai sbiaditi dei soldati
che appendevamo all’orlo del suo manto
nel riverbero rosso d’un lumino.

Il tempo di chinarmi tra i filari
di pietre bianche
su quei gelidi gigli di dolore
per un’altra carezza ad ogni croce.

E poi parlate pure
delle guerre future, quando il debito
del sangue avrò pagato anche per voi.
E se tempo
non c’è che basti, datemi un preludio
d’eternità, finché l’ultimo vento
non avrà sradicato
dal rovo dei ricordi quel profumo
malato dell’infanzia.
Finché l’ultimo
ragazzo trucidato
non vedrà cancellata l’ingiustizia
della storia dal mio ultimo bacio.

Ma ho bisogno
di varcare i confini d’ogni tempo
per chiedere perdono.
Per gridare ai millenni che verranno
con la voce di Abele
che la sua pace è nella nostra pace.

Salvatore Cangiani, Sorrento
1° premio sez. A

Motivazione della Giuria:
Come sempre, il poeta è attenta sentinella dei valori fondamentali della vita. E in questa bellissima, accorata poesia dal titolo fortemente didascalico, espressivo, l’Autore ribadisce con veemenza, ma anche con una delicatezza di immagini, che il bene principale dell’uomo è la pace.
“Datemi il tempo”, in questo mondo che non ha tempo, è una poesia di condanna nei confronti di ogni vituperio, di ogni guerra, che lascia sempre e comunque tracce di sangue e dolori nel cuore degli uomini.
La poesia si sviluppa in un crescendo di immagini forti e significative, quasi ribadendo ad ogni verso la preghiera, e la speranza, perché nei millenni che verranno, la nostra innocenza gridata con la voce di Abele, sia finalmente riscattata.
Salvatore Cangiani mostra ancora una volta in questa poesia il suo personale ed ormai affermato valore nel panorama letterario contemporaneo.

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Passi di speranza

Albe rosse di sangue aprono i giorni,
in Medio Oriente, e piange,
fra spasimi di vento,
il fiore della vita.
L’inferno della guerra
urla profondo: tremano,
sotto vòlte spezzate,
altari spogli. La morte attende
sulle strade offese
dai cingoli dei carri,
armati di protervia
e violenza, intesi
a rendere macerie
ombre di case.
L’odio ha spento la luce
alla cometa, e la raggela
nella coltre di lutti dilaganti.
Geme la terra, la pietà dolora,
santa è solo la morte:
sul Calvario,
troppe sono le Croci
per distinguervi il Figlio, diventato
uno dei tanti
caduti senza volto e senza nome.
Cavalca rabbia
il pianto delle madri,
e, disperato, inghiotte ciò che resta
dei dispersi frammenti dell’amore.
Bambini già maturi,
immemori di sogni
e d’innocenza, spiano attenti
dai cumuli di pietre insanguinate.
Anche la morte non fa più paura
e la pace diventa solo un’eco,
remota, di coscienza.
Sarà nostra, d’amore, se vorremo,
la voce che ci chiama
a riportare passi di speranza
fra le restanti case silenziose
e a spingere la vita a farsi giorno.

Minos Gori, Pistoia
2° premio sez. A

Motivazione della Giuria:

In un poeta la speranza è sempre vivida, sempre attuabile. Anche in questa poesia, dell’ottimo Minos Gori, poeta pistoiese che va ormai affermandosi con sempre maggiore incisività nell’arduo mondo dell’espressività poetica, la speranza ha passi felpati e silenziosi tra le case distrutte dall’odio, e “spinge la vita a farsi giorno”.
Ottime e poeticamente evidenziate le figurazioni in questa poesia che narra le brutture e le faide mediorentali, l’infinita crisi tra palestinesi ed ebrei che arreca solo morte, in una terra in cui anche il Cristo si immedesima in “uno dei tanti”.
Minos Gori ha una poesia accattivante, che trascina, ed è profondo sentire e dire, come solo un poeta sa fare.

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Il tempo dei passi leggeri

Se un cielo tracimava sopra il solco
dentro scarpe di vento noi ragazzi
dietro un volo di uccelli o nella neve
di acacie offerte a strade di silenzio.
Argilla eravamo
lucertola al sole
folaga sullo specchio di ruscello
beccando il sole frantumato in scaglie.

Sì, noi sapevamo
sommesso il rumore
che il grano faceva nascendo. Nell’erba
non visto il ramarro dall’occhio di vetro.

Volavano magre le gambe nel salto
di fosse ed oltre un segno di campana
tracciata sulla pietra con i sassi
rubati al fiume
colorati
tanti.

Noi vita abitata e di lei non sapere
null’altro che un’azzurra meraviglia
di poggi ed infinita una campagna
arresa a nubi e odori di lavanda.

Farsi ricordo adesso di quel tempo
ch’ebbe leggeri passi e in seno al pozzo
melagrane di stelle da incrinare
una notte di fionde e di ragazzi
affacciati sull’orlo ad ascoltare
il tonfo della pietra scesa al fondo.

Urtava pareti la brocca nell’onda
celando l’anguria.

Ballava…
Ballava…

Loriana Capecchi, Quarrata (Pistoia)
3° premio sez. A

Motivazione della Giuria:

Loriana Capecchi è poetessa della memoria, dei valori autentici da serbare gelosamente nel cuore. E in questa poesia rivive più che mai il ricordo “dei passi leggeri”, di una vita fanciulla trascorsa nell’allegrezza e nella genuinità irripetibili. La poesia è intrisa di immagini agresti e fortemente evocatrici, sapientemente distribuite ad arricchirne i contenuti. Melodie di suoni e profumi pervadono i versi, pregni anche di una segreta vena di musicalità che traspare soprattutto alla fine, quando par di sentire proprio accanto a noi quel tonfo di pietra nel pozzo, quel tintinnio di brocca calata giù, che ballava, ballava…

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Odori e sapori del Vesuvio

Tu lo conosci il canto, il flauto dolce
della sera che scivola sull’erta,
all’odore di buono della terra
vesuviana, il vento che si leva
tra gli aranci e il dolore delle case
assiepate, pane nell’alba, squarci
di paesi e di fuochi.

Lo conosci
il martirio spiumato della rosa
fiorita su radici d’albicocchi
e gli occhi neri delle tue fanciulle
dietro occhi d’amanti, e muri, e spini
dei ricolmi giardini, e il cielo freddo
tagliato nel novembre dei lapilli.

Fiori di bimbi ai muretti assolati,
dolciumi di pesche e sulle labbra ori
di grappoli al salire dei traìni
rotolanti sui sassi e l’alba versa
stille sui volti, inzuppa l’orizzonte,
sfavilla verso il frangere del mare.


Giovanni Caso, Mercato S. Severino (SA)
1° premio sez. B

Motivazione della Giuria:

E’ segno di grande valenza poetica argomentare in versi – e sia permessa questa espressione non proprio consona alla poesia – ricostruendo sul foglio i tratti e i connotati dell’oggetto che è motivo di ispirazione. Ma qui la poesia nasce comunque spontanea, nonostante la forzatura del tema. Nasce veramente spontanea e, addirittura, apporta valore aggiunto, come suol dirsi in termini tecnici. Tanto è vero, che la descrizione del paesaggio vesuviano risulta arricchita ed arricchisce, contribuendo a vivificare, ad esaltare le caratteristiche proprie dell’ambiente così poeticamente descritto. Certe pennellate, certi quadri, assumono identità e icasticità, nel pieno rispetto di un ritmo e di un grande dettato poetico, proprio di Giovanni Caso, autore di non comune operosità e talento letterario.

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Alle pendici del Somma-Vesuvio

Profumo di resina
piove dai pini in fili d’argento,
su verdi tappeti di muschio,
sull’odore fresco dell’erba,
su umide foglie;
si sperde col canto del cuculo
per crinali sabbiosi
e tra gialle ginestre risale
agli spenti sussurri
del Monte alla gola strozzata.

Alle pendici feconde
polpe mature su rami frondosi,
vive maree di tralci fluttuanti
ai pioppi legati,
fresche verdure dell’orto
in file pazienti.

Nell’aria intenerita
trionfa d’aromi un tripudio
per gli archi dei borghi,
nelle strette vie di lava vestite
e bussa alle case raccolte
intorno a chiese dalle croci di pietra;

case segnate dall’anima violenta
fremente nelle viscere mai doma,

case bianche e rosse,
dai piedi di fuoco,
cresciute in tante,
ostinate,
come il paese mio.

Vitantonio Boccia, Terzigno (NA)
2° premio sez. B

Motivazione della Giuria:

Scende in descrizioni molto particolari e rende suggestivo il panorama già di per sé ricco di “colori e sapori”, come suggerito dal tema, questa poesia di Vitantonio Boccia, che ha meritato il secondo premio per la sezione dedicata al Somma–vesuvio.
In un crescendo di immagini bucoliche supportate da un verseggiare breve ma incisivo, ricco di spunti ed efficace nella resa poetica, l’Autore termina la sua lirica nel modo più confacente ed affettuoso possibile: “case bianche e rosse, dai piedi di fuoco (stando ad indicare che hanno fondamenta nelle viscere magmatiche della montagna), cresciute in tante, ostinate, come il paese mio…”

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A ‘e piede d’ ‘a Muntagna

Quanno voglio nu poco ‘e culore
pe me tégnere ‘e juorne d’ammore,
lasso tutto, ‘a fatica, ‘a cumpagna
e me cerco nu posto sulagno.

Sta a duje passe ma ‘o tengo ‘int’ ‘o core,
stenno ‘a mano e già sento ‘o calore
‘o arrefrisco ‘e nu bosco ‘ncantato
chino d’arbere e ‘e prete abbruciate.

Saglio a Somma. Sto’ sotto ‘a Muntagna,
sento aucielle e ‘o profumo ‘e campagna,
ma cchiù forte, n’addore ‘e ginestre
e pe ll’uocchie è na Pasca, na festa.

Veco case, paise, castielle
ca se guardano. So’ ‘e sentinelle
c’hanno visto ‘a Muntagna ‘e fumà,
sciumme ‘e fuoco hanno visto ‘e culà.

Na padula ‘mpruviso m’appare,
cu nu cane, na votta e ‘o pagliaro
e pascennose ‘a luce d’ ‘o sole,
ceraselle… ca so’ pummarole.

Po’, cchiù spierte, nu pare ‘e filare
d’uva gialla ca d’oro me pare:
Cataranesca, viàto chi ‘o ttene,
scioglie ‘o sango e ve pizzeca ‘e vvéne.

Torno arèto cuntento, sudato,
stongo allèro, me sento appaciato.
Na campana se sente p’ ‘a via…
I’ me segno e sto ‘mpace cu Dio.

Carmine Capasso, Napoli
3° premio sez. B

Motivazione della Giuria:
Niente di meglio di un vernacolare suggestivo e pittoresco, carico di colori e sapori – è il caso di dirlo – per esprimere la forte dolcezza, ci scusiamo per l’ossimoro ma è appropriato, di questa poesia dagli accenti madrigaleschi. Carmine Capasso, bravo poeta napoletano, sa infatti usare molto bene il repertorio classico cimentandosi nella non facile esposizione in lingua napoletana. I quadretti descritti nella poesia sono freschi e pieni di vita; i versi hanno un ritmo particolare, grazie anche al sapiente uso della rima.

I EDIZIONE 2002

LA PRIMA EDIZIONE DEL CONCORSO

I risultati

Elaborati pervenuti: 674. (Ogni partecipante ha potuto concorrere con al massimo 2 opere, sia per la sez. A che per la B).

Composizione della Giuria: Giuseppe Vetromile, presidente ed organizzatore del concorso; Ciro Carfora, poeta; Pasquale Maffeo, scrittore, poeta e critico letterario; Pasquale Lubrano Lavadera, assessore alla cultura del Comune di Sant’Anastasia, scrittore e pittore; Carmelo Barbera, preside.

Sez. A – Tema libero

1° premio: Clara Di Stefano, L’Aquila. 2° premio: Benito Galilea, Roma. 3° premio: Salvatore Cangiani, Sorrento (Napoli).

Segnalazione della Giuria ai poeti: Mina Antonelli, Mario Testa, Nino Falato, Gianni Rescigno, Giovanni Caso, Carmina Esposito, Angelo Del Prete, Grazia Cerino, Domenico Luiso, Antonietta Tafuri.

Sez. B – Il Monte Somma, il Vesuvio e l’ambiente circostante

1° premio: non assegnato. 2° premio ex-aequo: Vincenzo Spada. 2° premio ex-aequo: Mario Vecchione. 3° premio: Adolfo Silveto.

Segnalati i poeti: Salvatore Calabrese, Andrea De Cristofaro, Pino Imperatore, Rosanna Perozzo, Benedetto Verdiani.


Cerimonia di premiazione: 6 aprile 2002, Biblioteca Comunale di Sant’Anastasia.

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Le poesie premiate


Sanguina ancora

Sanguina ancora
la ferita
che mi crociò
bambina
figlia d’emigrante

ancora brucia sulla gota
l’ispido bacio
e la carezza callosa

sfogliava
il pianto composto
della madre
le rose bianche dell’alba

ed io
accartocciato cucciolo ferito
nel pozzo buio delle scale
spiavo
le tue partenze
i passi leggeri
e quel tuo ristare sulla soglia
greve di luna
di brina
di pensieri
e di preghiere

padre
che più non torni

me la porto dentro
la tua miniera
benedetta e bestemmiata
e mi ferisce il petto
aria rarefatta
di carbone.

Clara Di Stefano, L’Aquila
1° premio sez. A

Motivazione della Giuria:

Poesia forte e vibrante, che coinvolge in modo profondo e partecipativo con poche ma essenziali espressioni di rilevante spessore. L’incipit “Sanguina ancora – la ferita – che mi crociò – bambina…” è di rara originalità. Da notare particolarmente l’espressione “mi crociò”, inusuale ma ricca di significato.
L’immagine dicotomica della miniera benedetta e bestemmiata nello stesso tempo, dell’aria rarefatta di carbone che ancora ferisce il petto, sono testimonianza di valori inestinguibili, oltre che di elevata poesia.

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Il seme della terra

Solo la notte avrà memoria
di queste veglie stellate se tu
prendi commiato dalla riva
e non odi i passi che giungono
alla presenza del cuore. Anche
l’onda trascina l’esilio dalle terre:
ogni ombra è insonne sulla porta.
Altri sono venuti a chiedere ginepri
e sogni lungo il fiume quando l’acqua
era orfana di canti e tu alle brevi
estati davi fiato tra i cortili.
Il Sarno non è in questo verde
putrido che separa villaggi
dai sentieri se di nascosto portano
ancora la luna nell’estate saracena
a rimirare gli specchi della notte.

Non sei tu che in ogni stagione
annunci l’albero azzurro e lo deponi
a filo d’acqua nello sguardo dei bambini;
non sei tu, madre, che dalle rive
svegli l’illusione consegnandola
a maree che hanno il seme della terra?

Dicono che un giorno torneremo
con i nostri cappotti di papaveri
a riempire il cielo di colori,
i gatti ancora ai davanzali
a respirare una stagione intera.
Un giorno torneremo.
Un giorno.

Benito Galilea, Roma
2° premio sez. A

Motivazione della Giuria:

“Dicono che un giorno torneremo – con i nostri cappotti di papaveri – a riempire il cielo di colori…” Così chiude Benito Galilea questa sua bellissima composizione, di sapore quasimodeo per certe sue intonazioni e riferimenti alla natura: “Solo la notte avrà memoria – di queste veglie stellate se tu – prendi commiato dalla riva – e non odi i passi che giungono alla presenza del cuore…”
Benito Galilea sa trattare molto bene il sentimento della terra, il profondo accostamento del cuore alle origini da cui trarre vigore e abbrivio per i giorni a venire. E speranza: “Un giorno torneremo. – Un giorno”.
La poesia è ben strutturata, ha corpo omogeneo e testimonia la frequentazione assidua, da parte dell’Autore, di un lessico colto ed armonioso.

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I colori del pane

Altissima la notte
gelava col respiro delle stelle
la rugiada sull’uscio.
Dalle case sciamava l’acre fumo
dell’umida ramaglia, lo stentato
chiarore della vampa. S’addensava
nell’aria opaca il fiato dei risvegli.
Nella madia era cresciuto il pane
dilatando la croce che le mani
contorte di mia madre
avevano tracciato sull’impasto
di lacrime e farina.
Divorate dal fuoco, ora nel forno
come nel grembo oscuro della terra
stagioni di sudori e di fatiche
versavano profumi dalle croste
turgide d’oro bruno.
E già le donne
sgusciavano furtive al primo tocco
d’una campana sui vetri dell’alba.
Nella chiesa minuscola
folgorava penombre l’ostia bianca
spezzata sulla mensa
del dolore di Dio.
Banchettavano i poveri con gli angeli.
Ritornava mia madre al suo rosario
quotidiano di stenti, ritemprata
da un ignoto coraggio.
Benediceva il pane. Nei suoi occhi
schiariva il nuovo giorno.

Salvatore Cangiani, Sorrento
3° premio sez. A

Motivazione della Giuria:

Lirica dal tono intenso e dalla forte tensione rappresentativa, questa del Poeta Salvatore Cangiani, per altro già noto nei più importanti circuiti letterari italiani per la sua grande valenza poetica.
Ne “I colori del pane”, infatti, egli descrive in modo altamente lirico la vicenda umanissima delle antiche famiglie di campagna, per le quali la vita quotidiana era, sì, dura e sofferta (“Nella madia era cresciuto il pane – dilatando la croce che le mani – contorte di mia madre – avevano tracciato sull’impasto – di lacrime e farina…”), ma soprattutto era ricca di quei valori profondi e genuini, così difficilmente riscontrabili, ormai, nella società “tecnologica” attuale.
La grande competenza dell’Autore si riconferma nell’alternarsi di settenari ed endecasillabi che conferiscono ai versi un’alta musicalità.

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A Muntagna bella…

Sparata ‘ncielo comm’ ‘a ‘na jastemma
‘a coppo ‘a Muntagna, ‘na muntagna ‘e fuoco
se sguarra
s’arravoglia se fa nera;
trezziole, granate, bumbarde e botte
avvenceno a cchiù ‘e mille Piedigrotta,
ma ‘nfaccia ‘a vocca
s’avota a’ smerza ‘o juoco:
ciento sciumme vullente comm’ ‘a pece
scarrupano pe’ scianche
e senza freno
strascinano e s’agliotteno casale
arberi, uommene, animale;
‘a terra tremma, sparpetéa ‘a natura
mentre nu viento fatto ‘e cennetura
ammorba l’aria cu ‘e ttanfe chiù nucive;
‘na puzza d’arzo, zurfo, ‘nu fieto ‘e cisto;
cumpare ‘o sole
comm’ ‘a quanno jette ‘ncroce Giesucristo.

Vesuvio bello mio, mo’ t’hè fermà,
‘o bbì, se sape che sapisse fa’,
però, te si’ scurdate
‘e Sangiorgio, San Gennaro, ‘Ammaculata!

Raggiunammo ‘nu poco, pietto a pietto,
tu overo ce ‘o facisse ‘stu dispietto?
Nuje simmo tanti poveri maronne,
già ce arrubbammo ‘a vita a tutte ll’ore,
campanno a stiento,
‘ncoppo a chesta terra
‘mprignata ‘e sanghe ‘e fele e de sudore;
Uno comm’ ‘a te, penza, riflette,
nun “mett’ ato uoglio ‘ncopp’ ‘a ‘o peretto”.

Perciò, Muntagna mia, nun fa ammuina;
nun te facimmo sischie né pernacchie
si tuorne n’ata vota ‘ncartulina,
si tuorne n’ata vota cu’ ‘o pennacchio.


Enzo Spada, San Giorgio a Cremano (NA)
2° premio ex-aequo sez. B

Motivazione della Giuria:

Poesia pittoresca e altamente espressiva, come solo il vernacolo napoletano può rendere, questa del poeta Enzo Spada, meritevole del 2° premio per la forte icasticità, appunto, e per la musicalità dei versi.
L’Autore descrive con i termini coloriti del napoletano, ricchi di significati non altrimenti evidenti se non con larghi giri di parole (“Sparata ‘ncielo comm’ ‘a ‘na jastemma”… “Scarrupano pe’ scianche”… “sparpetea ‘a natura”…), le probabili, indesiderate conseguenze di un futuro malaugurato risveglio del nostro caro “Vesuvio bello mio”.

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Poesia santanastasiana

Quann’ero piccirillo,
pe’ vicule passavano
carrettiere cu ceste chine
‘e cerase lustre e tonne
e deveno ‘na voce allera e fine.

“Magnateve ‘a cerasa
appena cuoveta
a Monte Somma e Santo Anastase!”.

Fu accussì
ca cunuscette ‘stu paese,
terra sott’ ‘a Muntagna
china ‘e fuoco;
terra grassa ‘e campagna,
sole vullente,
aria supraffina.

Terra ‘e miracule
d’’a bella Mamma ‘e ll’Arco,
terra ‘e faticature,
terra ‘e surore
e chi se spelle ‘e mmane,
pe’ se truvà po’ ‘na valigia
‘e ‘na città straniera
dando all’ate
sango e salute…

Chesta terra antica,
custata d’ ‘o sud,
è parte ‘e nuje,
coce dint’ ‘e vvene
‘ncopp’ ‘a lava stutata,
sotto ‘e stelle ‘e Maria…

Mario Vecchione, Napoli
2° premio ex-aequo

Motivazione della Giuria:

E’ un delizioso quadretto in vernacolo napoletano, questa “poesia santanastasiana”, meritevole anch’essa del 2° premio, nel quale l’Autore descrive la nostra terra: “Chesta terra antica – custata d’o sud, – è parte ‘e nuie, – coce dint’e vvene – ‘ncopp’a lava stutata, – sotto ‘e stelle e Maria…”
Le immagini suscitate dai versi sono vive, sembra quasi di “vedere”, “toccare” quelle “cerase appena cuovete (appena colte) a Monte Somma e Santo Anastase!”.
L’Autore dimostra buona padronanza del vernacolo, mediante il quale riesce ad esprimersi con versi brevi e leggeri, semplici ma fortemente suggestivi.

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Elegia del Cratere

Forse morirò di te, ma non faccio nodi al fazzoletto
di merletto antico un po’ sciupato
e non conto guizzi di paura
negli occhi del vicino con le mani di pietra.
Non è bene morire cento volte nell’attesa
di un vento possibile e mai certo.
Noi siamo qui. Aspettiamo delegando ad altri,
affidandoci al caso, e alla maledetta fatalità.
Educandoci alla fuga, truccando il gioco
dell’attesa lungo un tracciato immaginario
e immobile che sconfigge il destino.

Perfino il cuore che sa il profumo della terra,
la dolce asprezza del limone, il chicco d’uva
tra la lava morta e porta il segno struggente
del profumo d’arancio che l’attraversa obliquo,
ha un battito diverso.

Forse è anche in questo una resurrezione,
un cambiarsi d’abito, un ritrovarsi
in altre energie, un ritornare a una luce
dissepolta dal tempo quando il cuore
dell’uomo del cratere era la brezza dei pini,
la forza della terra inseminata dal fuoco
il silenzio dell’usignuolo un attimo prima del canto,
l’armonia delle ginestre sugli effluvi del mare
e il precipitarsi della luna dentro il sangue
con l’ultima colata lieve che ti si ferma dentro,
come un tempo alla porta della chiesa,
ardente eucarestia che santifica il pane
e invigorisce il vino, inconsumabile dono,
ritrovato all’alba sull’altare dei padri.

Adolfo Silveto, Boscotrecase (NA)
3° premio sez. B

Motivazione della Giuria:

Adolfo Silveto è poeta ormai affermato e riconoscibile attraverso il suo dettato personale ed altamente lirico. In questa elegia dal cratere, egli riconferma la sua valenza di autentico cantore di problematiche sociali e ambientali. Il suo verso si distende piano, ma ricco di fermenti e di memoria rievocativa: “Forse è anche in questo una resurrezione, – un cambiarsi d’abito, un ritrovarsi – in altre energie, un ritornare a una luce – dissepolta dal tempo quando il cuore – dell’uomo del cratere era la brezza dei pini,…” egli afferma, quasi a voler perdonare al nostro caro vulcano “un evento possibile e mai certo”.

Il Libretto della XIV Edizione

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Premiazione XII edizione

Il Libretto della XIII Edizione 2015

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Le foto della X Edizione

Le foto della X Edizione
Biblioteca G. Siani, Sant'Anastasia, 12 dicembre 2012

Il video di Vincenzo Caputo della cerimonia di premiazione della X Edizione del Concorso

Intervento di Giuseppe Vetromile e Mariangela Spadaro (a cura di TeleAnastasia)

Alcune fasi della premiazione della IX Edizione (TeleAnastasia)

Premiazione sez. ambiente e territorio IX Ediz (TeleAnastasia)

Il servizio video di Sant'Anastasia Oggi (Pagina Facebook)


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