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martedì 20 maggio 2008

II EDIZIONE 2003

LA SECONDA EDIZIONE 2003

I risultati

Elaborati pervenuti: 408 (Un solo elaborato per ogni partecipante).

Composizione della Giuria: Giuseppe Vetromile, presidente ed organizzatore del concorso; Ciro Carfora, poeta; Pasquale Lubrano Lavadera, scrittore e pittore; Bruno Di Pietro, avvocato.

Sez. A – Tema libero

1° premio: Salvatore Cangiani. 2° premio: Minos Gori. 3° premio: Loriana Capecchi.
Menzioni di merito ai Poeti: Selim Tietto, Nino Falato, Antonietta Tafuri, Fabrizio Parrini, Alfredo Di Marco, Carlo Del Preite, Adolfo Silveto, Domenico Luiso, Ivano Mugnaini, Daniela Raimondi.
Segnalati: Benito Galilea, Paolo Sangiovanni, Marco Mazzuccato, Gianni Rescigno, Bruno Bianco, Salvatore Masullo, Maria Francesca Immè, Annamaria Granato, Laura Appignanesi, Pasqua Chirico, Gennaro Grieco, Primo Leone, Giulio Demarchi, Maria Pia De Martino, Giuliana Vanacore, Felice Osio, Caterina Bigazzi.

Sez. B – Colori, profumi e sapori del Somma-Vesuvio
1° premio: Giovanni Caso. 2° premio: Vitantonio Boccia. 3° premio:Carmine Capasso.
Menzioni di merito: Pompilia Pagano, Vincenzo Russo, Carmela Basile, Gerardo Altobelli, Gianni Ianuale.
Segnalati: Giovanni D’Amiano, Simona Torluccio, Salvatore Calabrese, Agostino Abate, Raffaele Galiero, Federica Bruno, Luigi Pumpo, Alfredo Mariniello.
Premio Speciale della Giuria al poeta Andrea De Cristofaro di Sant’Anastasia.
Premio Speciale della Giuria agli alunni della Scuola Media Statale “Alighieri-Pacinotti” di Marigliano (Na).

Cerimonia di premiazione: 8 maggio 2003, Biblioteca Comunale di Sant’Anastasia.

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Le poesie premiate

Datemi il tempo

Datemi il tempo
d’una notte insonne
e quel sapore di polvere e pianto
che rese amaro il latte delle madri
accucciate con noi dentro gli anfratti
della città crollata.

Il tempo d’un rosario
a una Madonna nera, da scandire
sui volti ormai sbiaditi dei soldati
che appendevamo all’orlo del suo manto
nel riverbero rosso d’un lumino.

Il tempo di chinarmi tra i filari
di pietre bianche
su quei gelidi gigli di dolore
per un’altra carezza ad ogni croce.

E poi parlate pure
delle guerre future, quando il debito
del sangue avrò pagato anche per voi.
E se tempo
non c’è che basti, datemi un preludio
d’eternità, finché l’ultimo vento
non avrà sradicato
dal rovo dei ricordi quel profumo
malato dell’infanzia.
Finché l’ultimo
ragazzo trucidato
non vedrà cancellata l’ingiustizia
della storia dal mio ultimo bacio.

Ma ho bisogno
di varcare i confini d’ogni tempo
per chiedere perdono.
Per gridare ai millenni che verranno
con la voce di Abele
che la sua pace è nella nostra pace.

Salvatore Cangiani, Sorrento
1° premio sez. A

Motivazione della Giuria:
Come sempre, il poeta è attenta sentinella dei valori fondamentali della vita. E in questa bellissima, accorata poesia dal titolo fortemente didascalico, espressivo, l’Autore ribadisce con veemenza, ma anche con una delicatezza di immagini, che il bene principale dell’uomo è la pace.
“Datemi il tempo”, in questo mondo che non ha tempo, è una poesia di condanna nei confronti di ogni vituperio, di ogni guerra, che lascia sempre e comunque tracce di sangue e dolori nel cuore degli uomini.
La poesia si sviluppa in un crescendo di immagini forti e significative, quasi ribadendo ad ogni verso la preghiera, e la speranza, perché nei millenni che verranno, la nostra innocenza gridata con la voce di Abele, sia finalmente riscattata.
Salvatore Cangiani mostra ancora una volta in questa poesia il suo personale ed ormai affermato valore nel panorama letterario contemporaneo.

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Passi di speranza

Albe rosse di sangue aprono i giorni,
in Medio Oriente, e piange,
fra spasimi di vento,
il fiore della vita.
L’inferno della guerra
urla profondo: tremano,
sotto vòlte spezzate,
altari spogli. La morte attende
sulle strade offese
dai cingoli dei carri,
armati di protervia
e violenza, intesi
a rendere macerie
ombre di case.
L’odio ha spento la luce
alla cometa, e la raggela
nella coltre di lutti dilaganti.
Geme la terra, la pietà dolora,
santa è solo la morte:
sul Calvario,
troppe sono le Croci
per distinguervi il Figlio, diventato
uno dei tanti
caduti senza volto e senza nome.
Cavalca rabbia
il pianto delle madri,
e, disperato, inghiotte ciò che resta
dei dispersi frammenti dell’amore.
Bambini già maturi,
immemori di sogni
e d’innocenza, spiano attenti
dai cumuli di pietre insanguinate.
Anche la morte non fa più paura
e la pace diventa solo un’eco,
remota, di coscienza.
Sarà nostra, d’amore, se vorremo,
la voce che ci chiama
a riportare passi di speranza
fra le restanti case silenziose
e a spingere la vita a farsi giorno.

Minos Gori, Pistoia
2° premio sez. A

Motivazione della Giuria:

In un poeta la speranza è sempre vivida, sempre attuabile. Anche in questa poesia, dell’ottimo Minos Gori, poeta pistoiese che va ormai affermandosi con sempre maggiore incisività nell’arduo mondo dell’espressività poetica, la speranza ha passi felpati e silenziosi tra le case distrutte dall’odio, e “spinge la vita a farsi giorno”.
Ottime e poeticamente evidenziate le figurazioni in questa poesia che narra le brutture e le faide mediorentali, l’infinita crisi tra palestinesi ed ebrei che arreca solo morte, in una terra in cui anche il Cristo si immedesima in “uno dei tanti”.
Minos Gori ha una poesia accattivante, che trascina, ed è profondo sentire e dire, come solo un poeta sa fare.

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Il tempo dei passi leggeri

Se un cielo tracimava sopra il solco
dentro scarpe di vento noi ragazzi
dietro un volo di uccelli o nella neve
di acacie offerte a strade di silenzio.
Argilla eravamo
lucertola al sole
folaga sullo specchio di ruscello
beccando il sole frantumato in scaglie.

Sì, noi sapevamo
sommesso il rumore
che il grano faceva nascendo. Nell’erba
non visto il ramarro dall’occhio di vetro.

Volavano magre le gambe nel salto
di fosse ed oltre un segno di campana
tracciata sulla pietra con i sassi
rubati al fiume
colorati
tanti.

Noi vita abitata e di lei non sapere
null’altro che un’azzurra meraviglia
di poggi ed infinita una campagna
arresa a nubi e odori di lavanda.

Farsi ricordo adesso di quel tempo
ch’ebbe leggeri passi e in seno al pozzo
melagrane di stelle da incrinare
una notte di fionde e di ragazzi
affacciati sull’orlo ad ascoltare
il tonfo della pietra scesa al fondo.

Urtava pareti la brocca nell’onda
celando l’anguria.

Ballava…
Ballava…

Loriana Capecchi, Quarrata (Pistoia)
3° premio sez. A

Motivazione della Giuria:

Loriana Capecchi è poetessa della memoria, dei valori autentici da serbare gelosamente nel cuore. E in questa poesia rivive più che mai il ricordo “dei passi leggeri”, di una vita fanciulla trascorsa nell’allegrezza e nella genuinità irripetibili. La poesia è intrisa di immagini agresti e fortemente evocatrici, sapientemente distribuite ad arricchirne i contenuti. Melodie di suoni e profumi pervadono i versi, pregni anche di una segreta vena di musicalità che traspare soprattutto alla fine, quando par di sentire proprio accanto a noi quel tonfo di pietra nel pozzo, quel tintinnio di brocca calata giù, che ballava, ballava…

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Odori e sapori del Vesuvio

Tu lo conosci il canto, il flauto dolce
della sera che scivola sull’erta,
all’odore di buono della terra
vesuviana, il vento che si leva
tra gli aranci e il dolore delle case
assiepate, pane nell’alba, squarci
di paesi e di fuochi.

Lo conosci
il martirio spiumato della rosa
fiorita su radici d’albicocchi
e gli occhi neri delle tue fanciulle
dietro occhi d’amanti, e muri, e spini
dei ricolmi giardini, e il cielo freddo
tagliato nel novembre dei lapilli.

Fiori di bimbi ai muretti assolati,
dolciumi di pesche e sulle labbra ori
di grappoli al salire dei traìni
rotolanti sui sassi e l’alba versa
stille sui volti, inzuppa l’orizzonte,
sfavilla verso il frangere del mare.


Giovanni Caso, Mercato S. Severino (SA)
1° premio sez. B

Motivazione della Giuria:

E’ segno di grande valenza poetica argomentare in versi – e sia permessa questa espressione non proprio consona alla poesia – ricostruendo sul foglio i tratti e i connotati dell’oggetto che è motivo di ispirazione. Ma qui la poesia nasce comunque spontanea, nonostante la forzatura del tema. Nasce veramente spontanea e, addirittura, apporta valore aggiunto, come suol dirsi in termini tecnici. Tanto è vero, che la descrizione del paesaggio vesuviano risulta arricchita ed arricchisce, contribuendo a vivificare, ad esaltare le caratteristiche proprie dell’ambiente così poeticamente descritto. Certe pennellate, certi quadri, assumono identità e icasticità, nel pieno rispetto di un ritmo e di un grande dettato poetico, proprio di Giovanni Caso, autore di non comune operosità e talento letterario.

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Alle pendici del Somma-Vesuvio

Profumo di resina
piove dai pini in fili d’argento,
su verdi tappeti di muschio,
sull’odore fresco dell’erba,
su umide foglie;
si sperde col canto del cuculo
per crinali sabbiosi
e tra gialle ginestre risale
agli spenti sussurri
del Monte alla gola strozzata.

Alle pendici feconde
polpe mature su rami frondosi,
vive maree di tralci fluttuanti
ai pioppi legati,
fresche verdure dell’orto
in file pazienti.

Nell’aria intenerita
trionfa d’aromi un tripudio
per gli archi dei borghi,
nelle strette vie di lava vestite
e bussa alle case raccolte
intorno a chiese dalle croci di pietra;

case segnate dall’anima violenta
fremente nelle viscere mai doma,

case bianche e rosse,
dai piedi di fuoco,
cresciute in tante,
ostinate,
come il paese mio.

Vitantonio Boccia, Terzigno (NA)
2° premio sez. B

Motivazione della Giuria:

Scende in descrizioni molto particolari e rende suggestivo il panorama già di per sé ricco di “colori e sapori”, come suggerito dal tema, questa poesia di Vitantonio Boccia, che ha meritato il secondo premio per la sezione dedicata al Somma–vesuvio.
In un crescendo di immagini bucoliche supportate da un verseggiare breve ma incisivo, ricco di spunti ed efficace nella resa poetica, l’Autore termina la sua lirica nel modo più confacente ed affettuoso possibile: “case bianche e rosse, dai piedi di fuoco (stando ad indicare che hanno fondamenta nelle viscere magmatiche della montagna), cresciute in tante, ostinate, come il paese mio…”

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A ‘e piede d’ ‘a Muntagna

Quanno voglio nu poco ‘e culore
pe me tégnere ‘e juorne d’ammore,
lasso tutto, ‘a fatica, ‘a cumpagna
e me cerco nu posto sulagno.

Sta a duje passe ma ‘o tengo ‘int’ ‘o core,
stenno ‘a mano e già sento ‘o calore
‘o arrefrisco ‘e nu bosco ‘ncantato
chino d’arbere e ‘e prete abbruciate.

Saglio a Somma. Sto’ sotto ‘a Muntagna,
sento aucielle e ‘o profumo ‘e campagna,
ma cchiù forte, n’addore ‘e ginestre
e pe ll’uocchie è na Pasca, na festa.

Veco case, paise, castielle
ca se guardano. So’ ‘e sentinelle
c’hanno visto ‘a Muntagna ‘e fumà,
sciumme ‘e fuoco hanno visto ‘e culà.

Na padula ‘mpruviso m’appare,
cu nu cane, na votta e ‘o pagliaro
e pascennose ‘a luce d’ ‘o sole,
ceraselle… ca so’ pummarole.

Po’, cchiù spierte, nu pare ‘e filare
d’uva gialla ca d’oro me pare:
Cataranesca, viàto chi ‘o ttene,
scioglie ‘o sango e ve pizzeca ‘e vvéne.

Torno arèto cuntento, sudato,
stongo allèro, me sento appaciato.
Na campana se sente p’ ‘a via…
I’ me segno e sto ‘mpace cu Dio.

Carmine Capasso, Napoli
3° premio sez. B

Motivazione della Giuria:
Niente di meglio di un vernacolare suggestivo e pittoresco, carico di colori e sapori – è il caso di dirlo – per esprimere la forte dolcezza, ci scusiamo per l’ossimoro ma è appropriato, di questa poesia dagli accenti madrigaleschi. Carmine Capasso, bravo poeta napoletano, sa infatti usare molto bene il repertorio classico cimentandosi nella non facile esposizione in lingua napoletana. I quadretti descritti nella poesia sono freschi e pieni di vita; i versi hanno un ritmo particolare, grazie anche al sapiente uso della rima.

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Intervento di Giuseppe Vetromile e Mariangela Spadaro (a cura di TeleAnastasia)

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