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martedì 20 maggio 2008

III EDIZIONE 2004

LA TERZA EDIZIONE 2004

I risultati

Partecipanti: 327 (un solo elaborato per ogni partecipante).

Composizione della Giuria: Giuseppe Vetromile, presidente ed organizzatore del concorso; Ciro Carfora, poeta; Enzo Rega, poeta e critico letterario; Gerardo Santella, critico letterario; Ilaria Padulano, assessore alla cultura del Comune di Sant’Anastasia.

Sez. A – tema libero
1° premio: Armando Saveriano, Avellino. 2° premio: Giovanni Caso, Mercato S. Severino. 3° premio: Daniela Raimondi, Londra.
Menzioni di merito a: Gino Rago, Gerardo Pepe, Fabio Franzin, Benito Galilea, Carmen De Mola, Antonio Spagnuolo, Giovanni Vesta, Fabio Pelosi, Domenico Luiso, Umberto Vicaretti.
Segnalati i poeti: Giovanni Bottaro, Loriana Capecchi, Nino Falato, Franco Fiorini, Minos Gori, Giancarlo Interlandi, Gianni Rescigno, Adriana Scarpa, Antonietta Tafuri, Nino Vicidomini.

Sez. B – Il Vesuvio e il Monte Somma nella storia e nel folklore
1° premio: Salvatore Cangiani. 2° premio: Adolfo Silveto.
Segnalati i poeti: Vincenzo Cerasuolo, Massenzio Caravita, Carolina Martire Tomei.

Premio Speciale

Premio Speciale della Giuria conferito agli alunni della terza C e terza D, ed alla loro insegnante Carolina La Gatta della Scuola Elementare dell'Istituto Comprensivo De Rosa di Sant'Anastasia, per la realizzazione del libro "Magica Lettura", gustosa e sapiente opera di creatività artistica e di educazione alla poesia.

La cerimonia di premiazione si è svolta il giorno 4 novembre 2004 presso la Biblioteca Comunale di Sant’Anastasia, sita in Piazza Madonna dell’Arco.

Le poesie premiate


DÂR-AL-HARB
(Autobomba)

Quanto edonismo nella morte
Dubitoso sangue alla speranza non osi
Eppure alla fede fermenti cristallo dell’idea

Pioggia a Etrat ieri ieri ieri scomponendo fantasmagorie e Monet
Strepitoso suolo di Parigi la si vede come allora
à la Galerie Vivienne la venditrice di fiori annodare il foulard
: a Ramallah invece è un vecchio che mastica un segnale
contrizioni un chicco di calura respiro del vento là a inacidire
sulle accensioni di Al Ayyam tizzo di parole e ceneri

Figli di macerie (ragazzini uvapassita) vi contendete lo stesso kefya
(le bocche): le bocche hanno lo strazio delle frottole montate
(le voci): le voci ali di vespa brusio trasversale

Prima di domani saprò non saprò mi chiameranno “shahid”
:spezziamo questa cialda troppo dolce
e benvenuto un sesso (nome in codice Amira) gonfio di temporale

Già si contorcono voluttuosi i 72 corpi delle vergini
spingono a te i seni lustri d’olio Jarar rovesciano la gola ti aspettano sussurranti

certo certo la preghiera (anche questo un dono) certo certo

Come esplode un corpo?
Un linguaggio di pigmenti che si sfracella dal mio cranio sarà così sì
ed ecco il nero di seppia: congiunge a sé questi momenti altri momenti
il convolvolo dei ricordi li annulla tutti tutto

Trovati un grano di sale Jarar mi disse/mi dice qualcuno e sorridici dentro attraversandolo con l’occhio (devi pensare al popolo Jarar, al progetto)
:e riascoltavo Erik Satie L’ Occidente ti ha intossicato E’ ora è ora

(Un senso di vergogna: lì io Jarar revenant da Sabra, da Chatila17settembre1982
a tradire la mia gente i compagni a indugiare transfuga al Grand Café Colbert)

Dio non è pace non è salvezza la parola pace e qui
: qui si preme il piede sull’acceleratore: qui si punta al prossimo bersaglio: la debosciata gioventù ai tavolini di Ben Yehuda?

(Ci si avvolge nel mattino spaginandone le insopprimibili inconsolazioni)

Trovati
Sottopelle a scatti brucia un riso pazzo stazzonato e muto
un grano di sale
: stringi il volante e sorridici dentro “Shahid”
: sterza adesso attraversandolo con l’occhio

Non genererai figli (ma questi morti )
Trecento nomi morderanno un’unica candela

Chiudere gli occhi è tradimento?


Armando Saveriano, Avellino
1° premio sez. A

Motivazione della Giuria:

Osando ancora intrattenere commercio con la sperimentazione, l’autore sembra porsi alla confluenza fra l’esperienza dei Novissimi, per ciò che concerne la torsione della scrittura e il plurilinguismo, e quella del gruppo di “Officina”, per quanto attiene l’impegno dei contenuti. Così, lo scavo nel linguaggio e nei suoi ritmi, evidenziati anche graficamente, non si risolve in una mera autodissoluzione, come per i Novissimi, ma serve a sondare e inseguire la mostruosa realtà del presente per renderla in un dettato sapiente e curato che, pur nel suo alto tasso letterario, sa stare a ridosso di cose e corpi, e del loro massacro.

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E c’era tempo

Un’orma, un grido, un segno sopra il tufo,
il passo come crepitìo di foglie
e le parole bisbigliate al cielo,
quanto basta per ritrovare il cuore
nei petali d’allora.

Ansia di voli
e vesciche d’ortiche strette in pugno.
E si teneva il buio oltre la soglia
a frustare la trottola e il silenzio.
Dentro la casa l’onda del suo fuoco.

Acqua d’amore ai vasi di gerani,
il canto di fanciulle saracene
in spore d’anni ai fontanili antichi.
Sul muro d’amicizia il gatto nero
unghiava la carezza del tramonto.

E c’era tempo per trovarsi il pane,
tempo per le farfalle attorno al sole,
tempo per inseguire il cerchio e il vento.
La pioggia aveva perle nel cortile
e in ogni goccia pallida la luna.

Giovanni Caso, Mercato San Severino (SA)
2° premio senz. A


Motivazione della Giuria:

L’autore recupera frammenti di memoria attraverso segni, oggetti, gesti della quotidianità, che, pur conservando una loro fisicità, rinviano allusivamente ad una realtà “altra”, costruita con un linguaggio in cui su una tela di immagini ora lievi ora corporee si disegnano suggestive metafore, tramate da note dolceamare di un nostalgico spartito.

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La moglie di Lot

Stanotte ho liberato i miei cavalli.
Ho dato cibo ai cani ciechi
poi sono venuta fra i monti per cercarti.
Ho camminato scalza,
portavo fra le braccia girasoli accesi.

Non so più essere come mi volevi.
Sono soltanto un corpo chiuso,
la somma di mille fallimenti quotidiani.
Come potevo sopravvivere all’inverno
o ignorare ancora la luce del tuo volto.
Ora mi resta soltanto la fierezza assurda dei perdenti:
fermare il tempo con il dolce gesto di una mano,
sfidare a testa alta la furia di chi non sa piegarmi
né ha mai saputo leggermi nel cuore.

La morte, sai, non mi spaventa.
Non è che un mutamento impercettibile nell’aria,
un respiro che appena trema sulla terra
ma poi si acquieta, senza fare il minimo rumore.
E’ l’abbandono che più mi fa paura.
E’ il tuo abbandono quello che fa più male
mentre il tuo sguardo brucia e mi trasforma in sale.

Dimmi: sentisti le mie grida mentre il sangue si faceva pietra?
Trovasti in me la rabbia che ti nutrisse il cuore?

Come incontrare i tuoi occhi e non tremare
come fissare il cielo e non esserne distrutta.
Ma nonostante tutto
ancora mi tendevo alle tue mani
quelle tue mani grandi,
le tue mani così orrendamente vuote.

Ci sarà tempo adesso per dimenticare.
Un tempo senza limiti, come nell’infanzia.
E poi restare immobile fra le spighe di grano,
con questo orgoglio inutile a brillarmi dentro agli occhi,
con l’edera a stringere i miei polsi, ed i miei fianchi.

Daniela Raimondi, Londra
3° premio sez. A

Motivazione della Giuria:

Si usa a volte attingere idee ed impressioni da situazioni e vicende storiche, da avvenimenti biblici come nel caso di questa interessante lirica, per rielaborare e ricostruire poeticamente l'episodio. L'operazione non è certamente facile e puo' sconfinare nella mera trascrizione cronachistica, che nulla ha di veramente poetico. Ma quando la vicenda storica è solo un lontano riferimento che viene attualizzato, fatto proprio e quindi universalizzato, allora siamo di fronte ad una grande capacità di compendio poetico, ed è proprio il caso di "La moglie di Lot", in cui la vicenda biblica è assunta quale grande metafora di vita mulièbre, sofferta nella quotidianità ripetitiva e demoralizzante, ma riscattata dal desiderio di verità e di amore, seppure a caro prezzo ("E' il tuo abbandono quello che fa più male / mentre il tuo sguardo brucia e mi trasforma in sale").
La lirica è intensa e di sicuro effetto icastico.

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‘A primmavera d’ ‘o Quarantaquatto

Na mamma ‘inta nu scialle
primma ‘e fa’ notte asceva p’ ‘a campagna
‘nfosa ‘e rusata
a scapezza’ cu ‘e mmane annurecate
quacche fronna ‘e cicoria.
Po’ se chiammava ‘e figli
pecchè nun rummanessero ‘ncantate
‘a na fattura, quanno asceva ‘a luna.
Ogni sera na croce
p’attizza’ ‘a lampa sott’ ‘a nu tiano
‘e ramma attegnecuto
mentre appannava ‘a luce d’ ‘a lanterna
‘o fummo c’abbruciava dinta ll’uocchie.
E le pareva
quase ‘e senti’ ‘o calore ‘e l’ommo sujo
partuto pe’ gghi’ ‘a guerra
quanno arapeva ‘o furno e nu profumo
spanneva ‘o ppane comm’ ‘o sciato ‘e Ddio.
Po’ sola sola, stritto ‘mmiez ‘e diente,
se diceva ‘o rusario. E dint’ ‘a spiga
s’ammaturava ‘o ggrano,
turnava ‘o llatte ‘mpietto ‘a vaccarella
e ‘ncoppe ‘a vite ‘a primma pigna d’uva.
S’addurmeva ‘o dulore dint’ ‘e surche
d’ ‘a terra, ‘int ‘e fferite
cchiù annascose d’ ‘o core
mentre saglieva ‘o ffuoco ‘int’ ‘o Vesuvio
e primma ancora ca fernesse ‘a guerra
benette l’eruzzione.
Ma n’angelo vestuto ‘e primmavera
scennette a stuta’ ‘a lava
pe’ nun ferma’ ‘e surdate ca turnavano.
Sta mamma allora se renchiette ‘o scialle
cu ‘e sciure d’ ‘e gghianeste
ca lucevano ‘mmiez’ ‘e pprete nere
comme si tutte ‘e llacreme chiagnute
fossero addeventate schegge ‘e sole.

Salvatore Cangiani, Sorrento
1° premio sez. B

Motivazione della Giuria:

Dolce e amara la storia narrata in questa splendida poesia con versi altamente lirici e dal ritmo melodico, che denota una grande padronanza della lingua vernacolare napoletana. Dolce e amara nello stesso tempo, perche', in un unico quadro di dignitosa povertà ("Ogni sera na croce p'attizza' 'a lampa sott''a nu tiano 'e ramma attegnecuto…"), di nostalgica attesa ("E le pareva quasi 'e senti' 'o calore 'e l'ommo sujo partuto pe' gghi' 'a guerra…"), e di speranza ("E dint''a spiga s'ammaturava 'o ggrano, turnava 'o latte 'mpietto 'a vaccarella e 'ncopp''a vite 'a primma pigna d'uva…"), l'Autore riesce ad innestare la dolcezza di questa donna che, con lo scialle colmo di fiori di ginestra, corre incontro al suo sposo, il cui ritorno è reso possibile da "N'angelo vestuto 'e primmavera, sceso a stuta' 'a lava pe' nun ferma' 'e surdate ca turnavano…

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E nuje restammo

…’Na streppa ‘e sole, n’aria fatta ‘e niente,
tant’è liggera, ‘nu felillo ‘e viento,
‘na chiorma chiara ‘e nuvole ca’ passa,
n’auciello ‘ncopp’ ‘o rammo ca se spassa,
‘nu sorde ‘e luna ‘a sera ‘ncopp’ ‘o monte
ca te cunzola quanno ‘a luna sponta…

E nuje restammo!
E nuje restammo ‘nziem’ ‘o ffuoco muorto
cu ‘e braccia ‘ncroce e ‘o core appiso ‘a ciorta!

E comme ‘e furmechelle sfurtunate
ca portano ‘e mulliche ‘int’ ‘o pertuso,
malericenno ‘o juorno ca’ so’ nate,
forse ‘o sapimmo ca’ muntagna pazza
si po’ se’ scete, a tutte ‘nce scamazza.

Ma nuje restammo!
Mmiez’addore de’ pigne e de’ mimose,
vicino ‘a vocca ardente c’arreposa,
co’ chianto scunsulato de’ chitarre,
ca’ voce senza voce de’ guagliune,
‘ncantate dint’ ‘e suonne ca’ nisciuno
vulesse maje sunna’.

E nuje restammo!
Vicino ‘o ffuoco ca’ ‘nce volle ‘ncuorpo,
piglianne ‘a lava po’ surore ‘e Dio,
restanno ‘e figli da’ malinconia,
ca’ paura azzeccata dint’ all’uocchie
p’ogne scossa ca’ tremma ‘int’ ‘e ddenocchie.

Sì! Nuje restammo!
Cercanno ‘o senso ‘e chesta storia nosta
inutilmente: ‘a capa è troppa tosta!
E dint’ ‘e vvene addo’ se’ torce ‘o sole,
e fragne e mmore comme ‘a n’onn’a mmare,
nuje ‘nce criscimmo ‘a forza ‘e na’ canzone,
e “all’alba vincerò”, na vota ancora,
pe’ quant’overo esiste ‘o juorno e ‘a notte,
arricamammo meglio ‘e Pavarotte!

Adolfo Silveto, Boscotrecase (Na)
2° premio sez. B

Motivazione della Giuria:

Simbiosi di caparbietà e di melodico, nostalgico sentimento di attaccamento alla propria terra, alle proprie origini, questa poesia dai toni vibranti, impreziosita dal vernacolo napoletano che è sinonimo di passione e di forte intensità espressiva, simboleggia l'ormai eterno dissidio tra la necessità di sradicarsi dalle zone pericolose del territorio vesuviano, in vista di un malaugurato ma purtroppo possibile risveglio del nostro antico Vesuvio, e il desiderio forte, innato, di rimanere: "E nuje restammo", nonostante il pericolo, nonostante le piccole scosse telluriche di avvertimento, nonostante tutto, noi restiamo: è troppo intenso il sentimento che ci lega a queste terre, è troppo forte il dolore di un eventuale necessario distacco.

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