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martedì 20 maggio 2008

I EDIZIONE 2002

LA PRIMA EDIZIONE DEL CONCORSO

I risultati

Elaborati pervenuti: 674. (Ogni partecipante ha potuto concorrere con al massimo 2 opere, sia per la sez. A che per la B).

Composizione della Giuria: Giuseppe Vetromile, presidente ed organizzatore del concorso; Ciro Carfora, poeta; Pasquale Maffeo, scrittore, poeta e critico letterario; Pasquale Lubrano Lavadera, assessore alla cultura del Comune di Sant’Anastasia, scrittore e pittore; Carmelo Barbera, preside.

Sez. A – Tema libero

1° premio: Clara Di Stefano, L’Aquila. 2° premio: Benito Galilea, Roma. 3° premio: Salvatore Cangiani, Sorrento (Napoli).

Segnalazione della Giuria ai poeti: Mina Antonelli, Mario Testa, Nino Falato, Gianni Rescigno, Giovanni Caso, Carmina Esposito, Angelo Del Prete, Grazia Cerino, Domenico Luiso, Antonietta Tafuri.

Sez. B – Il Monte Somma, il Vesuvio e l’ambiente circostante

1° premio: non assegnato. 2° premio ex-aequo: Vincenzo Spada. 2° premio ex-aequo: Mario Vecchione. 3° premio: Adolfo Silveto.

Segnalati i poeti: Salvatore Calabrese, Andrea De Cristofaro, Pino Imperatore, Rosanna Perozzo, Benedetto Verdiani.


Cerimonia di premiazione: 6 aprile 2002, Biblioteca Comunale di Sant’Anastasia.

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Le poesie premiate


Sanguina ancora

Sanguina ancora
la ferita
che mi crociò
bambina
figlia d’emigrante

ancora brucia sulla gota
l’ispido bacio
e la carezza callosa

sfogliava
il pianto composto
della madre
le rose bianche dell’alba

ed io
accartocciato cucciolo ferito
nel pozzo buio delle scale
spiavo
le tue partenze
i passi leggeri
e quel tuo ristare sulla soglia
greve di luna
di brina
di pensieri
e di preghiere

padre
che più non torni

me la porto dentro
la tua miniera
benedetta e bestemmiata
e mi ferisce il petto
aria rarefatta
di carbone.

Clara Di Stefano, L’Aquila
1° premio sez. A

Motivazione della Giuria:

Poesia forte e vibrante, che coinvolge in modo profondo e partecipativo con poche ma essenziali espressioni di rilevante spessore. L’incipit “Sanguina ancora – la ferita – che mi crociò – bambina…” è di rara originalità. Da notare particolarmente l’espressione “mi crociò”, inusuale ma ricca di significato.
L’immagine dicotomica della miniera benedetta e bestemmiata nello stesso tempo, dell’aria rarefatta di carbone che ancora ferisce il petto, sono testimonianza di valori inestinguibili, oltre che di elevata poesia.

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Il seme della terra

Solo la notte avrà memoria
di queste veglie stellate se tu
prendi commiato dalla riva
e non odi i passi che giungono
alla presenza del cuore. Anche
l’onda trascina l’esilio dalle terre:
ogni ombra è insonne sulla porta.
Altri sono venuti a chiedere ginepri
e sogni lungo il fiume quando l’acqua
era orfana di canti e tu alle brevi
estati davi fiato tra i cortili.
Il Sarno non è in questo verde
putrido che separa villaggi
dai sentieri se di nascosto portano
ancora la luna nell’estate saracena
a rimirare gli specchi della notte.

Non sei tu che in ogni stagione
annunci l’albero azzurro e lo deponi
a filo d’acqua nello sguardo dei bambini;
non sei tu, madre, che dalle rive
svegli l’illusione consegnandola
a maree che hanno il seme della terra?

Dicono che un giorno torneremo
con i nostri cappotti di papaveri
a riempire il cielo di colori,
i gatti ancora ai davanzali
a respirare una stagione intera.
Un giorno torneremo.
Un giorno.

Benito Galilea, Roma
2° premio sez. A

Motivazione della Giuria:

“Dicono che un giorno torneremo – con i nostri cappotti di papaveri – a riempire il cielo di colori…” Così chiude Benito Galilea questa sua bellissima composizione, di sapore quasimodeo per certe sue intonazioni e riferimenti alla natura: “Solo la notte avrà memoria – di queste veglie stellate se tu – prendi commiato dalla riva – e non odi i passi che giungono alla presenza del cuore…”
Benito Galilea sa trattare molto bene il sentimento della terra, il profondo accostamento del cuore alle origini da cui trarre vigore e abbrivio per i giorni a venire. E speranza: “Un giorno torneremo. – Un giorno”.
La poesia è ben strutturata, ha corpo omogeneo e testimonia la frequentazione assidua, da parte dell’Autore, di un lessico colto ed armonioso.

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I colori del pane

Altissima la notte
gelava col respiro delle stelle
la rugiada sull’uscio.
Dalle case sciamava l’acre fumo
dell’umida ramaglia, lo stentato
chiarore della vampa. S’addensava
nell’aria opaca il fiato dei risvegli.
Nella madia era cresciuto il pane
dilatando la croce che le mani
contorte di mia madre
avevano tracciato sull’impasto
di lacrime e farina.
Divorate dal fuoco, ora nel forno
come nel grembo oscuro della terra
stagioni di sudori e di fatiche
versavano profumi dalle croste
turgide d’oro bruno.
E già le donne
sgusciavano furtive al primo tocco
d’una campana sui vetri dell’alba.
Nella chiesa minuscola
folgorava penombre l’ostia bianca
spezzata sulla mensa
del dolore di Dio.
Banchettavano i poveri con gli angeli.
Ritornava mia madre al suo rosario
quotidiano di stenti, ritemprata
da un ignoto coraggio.
Benediceva il pane. Nei suoi occhi
schiariva il nuovo giorno.

Salvatore Cangiani, Sorrento
3° premio sez. A

Motivazione della Giuria:

Lirica dal tono intenso e dalla forte tensione rappresentativa, questa del Poeta Salvatore Cangiani, per altro già noto nei più importanti circuiti letterari italiani per la sua grande valenza poetica.
Ne “I colori del pane”, infatti, egli descrive in modo altamente lirico la vicenda umanissima delle antiche famiglie di campagna, per le quali la vita quotidiana era, sì, dura e sofferta (“Nella madia era cresciuto il pane – dilatando la croce che le mani – contorte di mia madre – avevano tracciato sull’impasto – di lacrime e farina…”), ma soprattutto era ricca di quei valori profondi e genuini, così difficilmente riscontrabili, ormai, nella società “tecnologica” attuale.
La grande competenza dell’Autore si riconferma nell’alternarsi di settenari ed endecasillabi che conferiscono ai versi un’alta musicalità.

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A Muntagna bella…

Sparata ‘ncielo comm’ ‘a ‘na jastemma
‘a coppo ‘a Muntagna, ‘na muntagna ‘e fuoco
se sguarra
s’arravoglia se fa nera;
trezziole, granate, bumbarde e botte
avvenceno a cchiù ‘e mille Piedigrotta,
ma ‘nfaccia ‘a vocca
s’avota a’ smerza ‘o juoco:
ciento sciumme vullente comm’ ‘a pece
scarrupano pe’ scianche
e senza freno
strascinano e s’agliotteno casale
arberi, uommene, animale;
‘a terra tremma, sparpetéa ‘a natura
mentre nu viento fatto ‘e cennetura
ammorba l’aria cu ‘e ttanfe chiù nucive;
‘na puzza d’arzo, zurfo, ‘nu fieto ‘e cisto;
cumpare ‘o sole
comm’ ‘a quanno jette ‘ncroce Giesucristo.

Vesuvio bello mio, mo’ t’hè fermà,
‘o bbì, se sape che sapisse fa’,
però, te si’ scurdate
‘e Sangiorgio, San Gennaro, ‘Ammaculata!

Raggiunammo ‘nu poco, pietto a pietto,
tu overo ce ‘o facisse ‘stu dispietto?
Nuje simmo tanti poveri maronne,
già ce arrubbammo ‘a vita a tutte ll’ore,
campanno a stiento,
‘ncoppo a chesta terra
‘mprignata ‘e sanghe ‘e fele e de sudore;
Uno comm’ ‘a te, penza, riflette,
nun “mett’ ato uoglio ‘ncopp’ ‘a ‘o peretto”.

Perciò, Muntagna mia, nun fa ammuina;
nun te facimmo sischie né pernacchie
si tuorne n’ata vota ‘ncartulina,
si tuorne n’ata vota cu’ ‘o pennacchio.


Enzo Spada, San Giorgio a Cremano (NA)
2° premio ex-aequo sez. B

Motivazione della Giuria:

Poesia pittoresca e altamente espressiva, come solo il vernacolo napoletano può rendere, questa del poeta Enzo Spada, meritevole del 2° premio per la forte icasticità, appunto, e per la musicalità dei versi.
L’Autore descrive con i termini coloriti del napoletano, ricchi di significati non altrimenti evidenti se non con larghi giri di parole (“Sparata ‘ncielo comm’ ‘a ‘na jastemma”… “Scarrupano pe’ scianche”… “sparpetea ‘a natura”…), le probabili, indesiderate conseguenze di un futuro malaugurato risveglio del nostro caro “Vesuvio bello mio”.

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Poesia santanastasiana

Quann’ero piccirillo,
pe’ vicule passavano
carrettiere cu ceste chine
‘e cerase lustre e tonne
e deveno ‘na voce allera e fine.

“Magnateve ‘a cerasa
appena cuoveta
a Monte Somma e Santo Anastase!”.

Fu accussì
ca cunuscette ‘stu paese,
terra sott’ ‘a Muntagna
china ‘e fuoco;
terra grassa ‘e campagna,
sole vullente,
aria supraffina.

Terra ‘e miracule
d’’a bella Mamma ‘e ll’Arco,
terra ‘e faticature,
terra ‘e surore
e chi se spelle ‘e mmane,
pe’ se truvà po’ ‘na valigia
‘e ‘na città straniera
dando all’ate
sango e salute…

Chesta terra antica,
custata d’ ‘o sud,
è parte ‘e nuje,
coce dint’ ‘e vvene
‘ncopp’ ‘a lava stutata,
sotto ‘e stelle ‘e Maria…

Mario Vecchione, Napoli
2° premio ex-aequo

Motivazione della Giuria:

E’ un delizioso quadretto in vernacolo napoletano, questa “poesia santanastasiana”, meritevole anch’essa del 2° premio, nel quale l’Autore descrive la nostra terra: “Chesta terra antica – custata d’o sud, – è parte ‘e nuie, – coce dint’e vvene – ‘ncopp’a lava stutata, – sotto ‘e stelle e Maria…”
Le immagini suscitate dai versi sono vive, sembra quasi di “vedere”, “toccare” quelle “cerase appena cuovete (appena colte) a Monte Somma e Santo Anastase!”.
L’Autore dimostra buona padronanza del vernacolo, mediante il quale riesce ad esprimersi con versi brevi e leggeri, semplici ma fortemente suggestivi.

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Elegia del Cratere

Forse morirò di te, ma non faccio nodi al fazzoletto
di merletto antico un po’ sciupato
e non conto guizzi di paura
negli occhi del vicino con le mani di pietra.
Non è bene morire cento volte nell’attesa
di un vento possibile e mai certo.
Noi siamo qui. Aspettiamo delegando ad altri,
affidandoci al caso, e alla maledetta fatalità.
Educandoci alla fuga, truccando il gioco
dell’attesa lungo un tracciato immaginario
e immobile che sconfigge il destino.

Perfino il cuore che sa il profumo della terra,
la dolce asprezza del limone, il chicco d’uva
tra la lava morta e porta il segno struggente
del profumo d’arancio che l’attraversa obliquo,
ha un battito diverso.

Forse è anche in questo una resurrezione,
un cambiarsi d’abito, un ritrovarsi
in altre energie, un ritornare a una luce
dissepolta dal tempo quando il cuore
dell’uomo del cratere era la brezza dei pini,
la forza della terra inseminata dal fuoco
il silenzio dell’usignuolo un attimo prima del canto,
l’armonia delle ginestre sugli effluvi del mare
e il precipitarsi della luna dentro il sangue
con l’ultima colata lieve che ti si ferma dentro,
come un tempo alla porta della chiesa,
ardente eucarestia che santifica il pane
e invigorisce il vino, inconsumabile dono,
ritrovato all’alba sull’altare dei padri.

Adolfo Silveto, Boscotrecase (NA)
3° premio sez. B

Motivazione della Giuria:

Adolfo Silveto è poeta ormai affermato e riconoscibile attraverso il suo dettato personale ed altamente lirico. In questa elegia dal cratere, egli riconferma la sua valenza di autentico cantore di problematiche sociali e ambientali. Il suo verso si distende piano, ma ricco di fermenti e di memoria rievocativa: “Forse è anche in questo una resurrezione, – un cambiarsi d’abito, un ritrovarsi – in altre energie, un ritornare a una luce – dissepolta dal tempo quando il cuore – dell’uomo del cratere era la brezza dei pini,…” egli afferma, quasi a voler perdonare al nostro caro vulcano “un evento possibile e mai certo”.

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Biblioteca G. Siani, Sant'Anastasia, 12 dicembre 2012

Il video di Vincenzo Caputo della cerimonia di premiazione della X Edizione del Concorso

Intervento di Giuseppe Vetromile e Mariangela Spadaro (a cura di TeleAnastasia)

Alcune fasi della premiazione della IX Edizione (TeleAnastasia)

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