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venerdì 7 dicembre 2007

V EDIZIONE 2006/2007

RISULTATI

La Giuria, composta da Giuseppe Vetromile, Ciro Carfora, Enzo Rega, Gerardo Santella, Anna Gertrude Pessina e Ines Barone (Assessore alla Cultura del Comune di Sant’Anastasia), dopo attenta valutazione delle 668 opere pervenute, ha così deliberato:

SEZ. A – Tema libero

1° premio "Elegia per il sud", di Carmen De Mola, Polignano (BA)
2° premio "Noi", di Daniela Monreale, Valdarno (FI)
3° premio "Il canto di Beirut", di Adolfo Silveto, Boscotrecase (NA)

Menzioni di merito:

4° classificato "A Eugenio Montale", di Minos Gori, Pistoia
5° classificato "Scrivimi che stai bene", di Umberto Vicaretti, Luco de’ Marsi (AQ)
6° classificato "Un qualunque giorno a Xibet", di Maricla Di Dio, Calascibetta (EN)
7° classificato "Come era bianca la neve nel febbraio", di Giampaolo Merciai, S.Marcello (PT)
7° class. ex-aequo "Inevasa lettura o primo amore", di Loriana Capecchi, Quarrata (PT)

Seguono i seguenti Autori segnalati ex–aequo (in ordine alfabetico):

Alfredo Allegri (La mite fertilità); Giovanni Caso (Cosa bisbiglia il bianco del silenzio?); Ivan Fedeli (Poemetto in sala d’attesa); Benito Galilea (Di noi); Deanna Mannaioli (Le zolle dei padri); Pasquale Martiniello (Ugole e chitarre); Paolo Polvani (Apprendista o veterano); Daniela Raimondi (Alfonsina vestita di mare); Paolo Sangiovanni (Passeggiate al Vomero nel Quarantasette); Giovanni Vesta (Il momento è perfetto).

SEZ. B – Ambiente e territorio vesuviano

1° premio "‘Na malatia", di Armando Saveriano, Avellino
2° premio "Parlano di voi", di Anna Bruno, Somma Ves.na (NA)
3° premio "Città violenta", di Rosa Speranza, Napoli
Segnalazioni: "‘E llacreme d’ ‘o sole", di Giovanna Pellone Fenu, Castello di Cisterna (NA); "La patria dei poeti", di Emilia Fragomeni, Genova; "Acquerello", di Eduardo De Biase, Secondigliano (NA)

Sezione “Giovani”

La Giuria ha inteso valutare anche gli elaborati pervenuti da giovani autori (di max 23 anni), per incentivare la loro creatività artistica e dando loro una ulteriore possibilità di distinguersi. Pertanto si è così deliberato:

1° premio "Attesa", di Alessandro Nannini, Faenza (RA)
2° premio "Fotoricordo", di Domenico Cassese, Palma Campania (NA)
2° ex aequo "Il mercante d’arte", di Silvia Montieri, Napoli
3° premio "Scatola", di Emanuela Esposito, Somma Vesuviana (NA)

Migliore poesia di Autore locale, residente in Sant’Anastasia:

Al fine di valorizzare e incentivare la produzione poetica degli autori residenti in Sant’Anastasia, tra gli 8 partecipanti locali, la Giuria ha inteso premiare la poesia n° 420, dal titolo “Su al Pittore”, risultata dell’Autore Massimo De Mellis.

La cerimonia di premiazione ha avuto luogo il 31 marzo 2007 alle ore 17.30 nell’Aula Consiliare del Comune di Sant’Anastasia, in Piazza Siano 2.

Le poesie premiate della V Edizione

Elegia per il Sud


Raccontami del Sud, ora che si fa diafano
anche il passo della luna
e lungo i sentieri respirano – al ritmo perduto delle avene –
ultime lucciole. Sillaba un’antica litania
la chiesa del Rosario e sul campanile s’accampa
un vocio fitto di fazzoletti rossi che impallidisce
all’urlo sguaiato dei briganti dalle valli.
Ma domani, svanito il sogno, non ci saranno
visi di creta assiepati ad aspettar giornata nella piazza
né dignità di brache da tener su con le funi
per l’angoscia di ore arrugginite a raddrizzare
come chiodi dentro i muri.
Ho smarrito anch’io la fede nel miracolo dell’acqua
che si commuta in vino, prima che il gallo canti
e la brina mattutina svapori in un amen tra i filari.
Mi scivola addosso la solitudine spessa dei lentischi
e non so più aspettare il silenzio della notte
che precede l’osanna delle donne e l’epifania del sole
che lento incede sui vigneti.
E’ già vicina la bocca oscena del gigante e sputa violenza
e case buttate sulla costa come semi di melone.
Ma se spalanco le braccia a questo vento – che sa di timo
e scompiglia i calendari – m’arrocco in una notte
selvaggia d’oleastro.
Domani – col sole – garrisca pure volgare,
l’affaccio di un lenzuolo al balcone
ad ostentare la verginità perduta
dell’alba sgualcita della sposa.
Resterò ancora qui, aggrappata al sogno dell’olivo
perché la mia terra mi ha legato cuore e polsi
con antichi incantamenti di stille d’olio
a galleggiare avemarie nei piatti fondi.
Ride una vecchia fattucchiera soddisfatta del suo rito.
Ed io non ho più piedi, né ali per andare.

Carmen De Mola, Polignano a Mare (Ba)

1° Premio Sez. A

Motivazione:

Poesie che decantano e immortalano il nostro Sud ne sono state scritte tante, nel recente passato (Scotelarro, Sinisgalli, Bodini per non parlare dello stesso Quasimodo), come nel presente da autorevoli e noti poeti. Con nostalgia di un mondo forse lontano e adombrato, e con il calore e la forza di un sentimento che ancora lega fortemente all’originale genuinità di intramontati valori.
Ma questa “Elegia” della poetessa polignanese Carmen De Mola, già da alcuni anni affermata e brava scrittrice, si distingue certamente da tutte le altre liriche di questo tipo, per il compendio poetico che, in pochi tratti efficaci, riesce a evidenziare, e per la padronanza sicura di un verso che risuona a volte dolce, a volte graffiante, ma sempre di un lirismo eccezionale.


Noi



(cercando dal raziocinio la nota pulita,
l’intuizione per un difficile concetto di gratuità…)

Questo sabato piovuto a gelo mi guardo intorno, nel mio quadrato,
perché possa scoprire dentro l’occhio
un resto di montagne, e sorprendermi lontano.
Leggo, senza orologio. Un libretto di poesie
per cura breve delle nostalgie: La porcellana più fine,
come segnalibro un biglietto ancora nuovo,
che avrei ficcato in bocca alla macchinetta del tram milanese
– fossi partita, quella sera.
Ma è stato così, improvviso come la voglia, capovolta,
di incontrarsi, cercarsi al bivio accidentale, per poi perdersi
nei ritmi elastici, senza coscienza, come un’esistenza torrentizia,
chissà dove.
Andò così: che persi l’appuntamento. Non piansi,
non detti campo allo scavo dei dolori. Era ora di cenare e cenai,
con l’ironia dei denti che picchiavano contenti.
Piuttosto il folgorante no disfece le connessioni.
Lasciammo perdere ogni argomento, ellittico
nella mutua comprensione. Ci dormii sopra,
e c’era qualcosa che non capivo, che sempre avrei mancato di capire,
nell’olimpica signoria del caso, ma ora che sono sul divano,
a poggiare i ricordi sul piattino della mia vita disobbediente,
ti penso,
e penso a come sarebbe stato diverso parlarsi sorridendo,
senza valore aggiunto di sovrasensi, proiezioni del passato,
cellule impazzite per scorie razionali.

Tra noi era la pagina bianca, il mistero, ma scriverci cosa, contava?
Contava la confidenza, sui binari di partenza,
ma la nebbia confonde gli scambi dei raccordi,
deraglia le intenzioni, le tensioni a una calma
originaria. Come fosse pioggia sottile a dilavare
l’attimo perfetto, la carezza.
Eppure siamo qui per scindere l’erba dalle tracce di cemento,
sentire il fresco rabbrividente, quando l’afa diventa quotidiana e grava,
come un cappello.
Siamo a rendere il ruolo dei troppo sofisticati
giochi di potere. A perdere, in capienza di cautele,
ma a scommettere sulla sapienza lieve dei nuovi accordi.

Cosa obbligava, il gesto?
Nulla oltre il fragile, la nudità del naturale
farsi da sé del sentimento, lieve o intenso, comunque illeso.
E niente di più oltre il semplice alfabeto degli sguardi,
quando la tenerezza da sé bastava, come un cerchio.

Come il circo silenzioso degli abbracci – da soli per
recuperare la terra calpestata
la forma creaturale che abbiamo dentro.

Daniela Monreale, Figline Valdarno (Fi)

2° premio Sez. A

Motivazione

La solitudine, un appuntamento mancato, il caso, il ricordo, sensazioni che attraversano il corpo, sentimenti che trascorrono dentro. Un parlare che non diventa dialogo. Un flusso di immagini che si dilatano in un discorso poetico dall’andamento prosastico e di facile fruibilità, in cui l’io lirico descrive una tenue storia d’amore, caratterizzata da lievi tocchi d’ironia e tramata da una sapiente tessitura fonica interna.


Il canto di Beirut


L’alba mi sospira neve negli occhi
dove si muove il filo bianco di un sogno morto.

Nere le bocche di sale della notte,
inghiottono i palmeti sfranti del cuore
dove il cedro piantato da Dio
si è consumato fino alle radici.

Non posso dirmi al sicuro da ogni scheggia di cielo,
da ogni osso appuntito di luna!

Curva sulla terra che mi chiede parole
che non ho detto mai,
non aspetto preghiere, non sento altro che il gemito
del vento che mi scortica dentro.

Un gioco di luce pallida, l’anima addormentata
nella noce marcia delle mie miserie!

Come nelle bettole al porto vecchio,
danza la mia memoria e poi stramazza
tra le ombre rotte sopra il muro stanco,
e mi accarezza il sangue
un canto senza voce d’oltremare.

Un amore bivacca devastato,
senza ritegno, a un passo dal mio cuore…

La tristezza mi lancia lenti cocci di sera.
Ancora uccide, dai veli dell’incanto,
piccoli destini accantonati

nelle soste magiche del tempo,
tra le rovine arrugginite del silenzio.

Nei frantumi sparsi della resa!


Adolfo Silveto, Boscotrecase (Na)

3° premio Sez. A

Motivazione

Il tema delle guerre fratricide, e non solo quelle, ma delle devastazioni apportate in questa cosiddetta moderna civiltà, da conflitti inumani e spesso conflagrati nel nome di una falsa quanto ingiusta religiosità che sfocia nell’assolutismo, è sempre stato argomento delicato e fondamentale, al quale nessun poeta, nessun vero poeta, è mai rimasto indifferente. Constatare con amarezza quanto l’uomo, a volte, sia piccolo a sé stesso, e che non riesca a vedere oltre il limite della propria contingenza storica e sociale, che non riesca a stabilire un dialogo di fratellanza e di pace con i suoi simili, anche diversi per credo e per civiltà, duole al poeta più di ogni altra cosa. E Beirut è nello stesso tempo canto di dolore e di rassegnazione, “nei frantumi sparsi della resa”, in cui l’Autore, con tratto sicuro e appassionato, dolente ma lirico, condanna e ammonisce, come solo un grande poeta può e sa fare.


‘Na malatia
(Aegresco)


Denervato il corpo, illanguidite queste carni,
ipocondriaco più che longanime – lo ammetto –
(ma di fiuto macrorrino comme le Cyrano)
dint’ ‘o core prosciugata ogni esuberanza
pe’ chistu munno taccariato
ra’ ‘e curtielle r’ ‘a camorra e d’ ‘e tasse e ‘nu guverno ‘nfame
‘na malatìa nel lazzariarmi omocontuso m’iscoria:
perciò sto accuvato rint’ ‘a ‘na vita senza senso
e un rodimento di paure multiple s’incista,
m’increta chillu turzillo d’anima che resta
comm’a ‘na menna ‘e luna mmiez’ ‘o cielo cummigliato ‘e sciaùre
e ‘nu turmiento comm’a ‘nu sciume scorre
“pareil à ma peine il s’écoule et ne tarit pas”
lassanneme dint’ ‘a vocca muta ‘o gulìo ‘e na bella cosa:
‘o tiempo verde e allèro ca se n’è fujuto
chin’ ‘e scuorno p’ ‘o presente
lassann’ ‘o posto a ‘stì gghiurnate ‘ngrate
ca fanno ‘sta città piezze piezze.
Napule mia tua nosta vosta sta murenno
cu’ mme cu’ te cu’ nuje – senza retorica lo dico –
Napule, nun t’addorme, pe’ favore,
e tu – frate Vesuvio –
bello all’orizzonte da gouache
chiagne ‘na sbummata ‘e fuoco
ca cancellasse ‘sta recadenza peruta e disgraziata.
E’ bulimìa epocale, frangia immonda del secolo.
Ce cunzuma a tutte quante, uommene, femmene, criature,
giuvene e viecchie (e chille ‘nfracetate comm’a mme…)
E comm’a mme risperata
inferma di luce transanguina odio in
ViaTribunaliSpaccanapoliViaChiaiaViaToledoPiazzadeiMartiri
illapida ogni vita e ogni vita s’abbrucia
e non di lava,
ogni gghiuorno ce sta ‘n’ ‘ata confittura ca se mmisca
a ‘o sapore d’ ‘e perziche scamazzate,
a nu surzo ‘e café, alle castagne
appetitose in parole e in digitale
di Carla Viparelli a piazza San Domenico,
a ‘e paggine r’ ‘e Dreams ‘e Beckford
nnammurato ‘e Emma Lyon
e ce fa’ cantà cu rraggia e troppa nustalgia
“Tiempe belle ‘e ‘na vota…”
Nun funzionano ‘e “puete” ‘e quattu sorde
ca vénneno ‘e cartuline ‘e sittant’anne fa.
E nemmeno l’esercito vogliamo nella nostra città
ca vuje pulente fredde accusate di vivere
di nordastra carità…!
Mo’ sulo ‘o splendore r’ ‘o passato ce arravoglia
e ‘na malincunia pe ‘o ffenì r’ ‘e ccose ‘e malavoglia.

Armando Saveriano, Avellino

1° premio Sez. B

Motivazione
La lingua napoletana viene adoperata al di fuori degli schemi consueti con modalità decisamente sperimentali, in alternanza, in un pastiche colto, all’italiano e a qualche raffinata inserzione francese. Invocato alla maniera di Francesco “frate Vesuvio”, l’autore parla di Napoli in modo parimenti non oleografico paragonando la malattia della città a quella di un corpo umano in una corrispondenza fra situazione esterna e condizione interiore che permette di anatomizzare i mali napoletani senza retorica. Rischio peraltro appunto di già evitato dalla torsione particolare e sapiente della scrittura che non appare mero gioco formale ma stenografia del reale – alla maniera di Gadda, per dire, i cui barocchismi erano funzionali alla realtà barocca da descrivere.


Parlano di voi…

Tace, avvolta dal grigiore cenerino,
la brace che vivida occhieggiava ;
finge il torpore quieto di un bambino
laddove era briosa fiamma che scalciava .
Ed io staziono qui, nel buono della sera
che mi siede al racconto degli eventi
e m’inchioda a crepitii spenti
ancor prima che divengan suono .
Sfilano volti incolti sullo schermo,
maglie divelte dalla catena che ci serra;
alle battaglie par posto punto fermo
ma di morte si fa forte nuova guerra.
Gemme sgualcite
su rami mille volte saccheggiati,
segni incompiuti di disegni già violati,
parlano di voi
che d’ore di sonno fate veglie mute,
vendute da profani come scorie ,
tra rappezzi di memorie sui portoni
( scuola di storie di nefasti eroi)
e graffiti di rivolta sopra i muri
e grugni duri a frantumar miserie
in vicoli di selve per le belve.
D’ombre, la notte lascia impronte,
lorde di sangue, e da serpe si trascina,
esasperata e inviperita,
a sputar veleno sulla vita.
Ai piedi di questo monte arreso
ad esser fronte di camorra
nessuno vuol che scorra la violenza
ma pende la lenza con esche vive all’amo
e nel catino colmo d’acqua scura
boccheggiano le ore tra molecole di paura.
E’ scalpiccìo di pensieri cupi
sui sentieri a lasciar orma di lupi
e le prede sono lì, a metter piede,
nella poca luce del giorno infame
che a tesser trame d’orrori s’è posata.
Ed è strazio che non spegne il sopruso:
ancor alita il fumo inverecondo
dal fuoco che giace, e laddove era brace
si cela impudente l’insidia del mondo.

Anna Bruno, Somma Vesuviana (Na)

2° premio Sez. B

Motivazione

La poesia è sovente anche denuncia, indicazione accorata delle storture, delle ingiustizie e delle sopraffazioni che deturpano il mondo e soprattutto il mondo nostro, quello a noi più prossimo. E non è da meno l’Autrice di questa interessante lirica, autrice sensibile e attenta ai problemi del nostro territorio. E con la metafora della nuova fiamma che “vivida occhieggia fingendo il torpore quieto del bambino, laddove era briosa fiamma che scalciava”, la poetessa condanna le forme sottili e subdole della violenza, richiamando ai perpetui e formanti valori di ogni civiltà che si rispetti: con una modalità poetica risonante e incisiva.



Città violenta

L’urlo delle sirene
lacera l’aria inquinata
della città violenta,
giungla d’asfalto
dove prede e predatori lottano
e le luci delle ambulanze
disegnano scie di sangue.
Un brivido mi assale
di sgomento e di paura.
Vorrei gridare a tutti:
“Fermiamoci e parliamo,
parliamo qui per strada.
Forse eravate tutti
domenica mattina
a sentire l’omelia…
E forse avete risposto
all’appello della televisione
dopo avere pianto
sulla fame del mondo
e le immagini di guerra…
Ora la guerra è qui,
davanti ai nostri occhi,
nella città violenta.
Fermiamoci un momento
e poi insieme andiamo
a distruggere l’odio”.
Ma la gente indifferente
pare mi risponda:
“Anche stavolta non è toccato a noi.
Noi siamo vivi ancora e questo basta”.
E corriamo frettolosi per le strade
ipnotizzati da luci false
che affossano l’anima.
Qualcuno anche oggi
piangerà i suoi morti,
ma l’indifferenza ballerà
la sua danza macabra
sulla tomba dell’amore…

Rosa Speranza, Napoli

3° premio Sez. B


Motivazione


L’immagine di una città smembrata dalla violenza e dai soprusi, ma soprattutto dall’indifferenza: “Anche stavolta non è toccato a noi”, è l’amara constatazione che induce a riflettere sul nostro frequente egoismo. Ma la città è metaforicamente tutto il mondo, tutta la società attuale, continuamente distratta dalle cose futili e dalla quotidianità che “affossa l’anima”.
Bisogna “fermarsi un momento”, ci supplica l’autrice di questa poesia dal verso semplice ma sincero e profondo, per poi “andare insieme a distruggere l’odio”.



Attesa

T’aspetto alla fermata gelida del tram
a metà fra le vetrate gotiche sui cieli
e il pianto scuramaro della terra
nell’istante in cui le strisce pedonali
sono piste d’atterraggio per le nostre voci roche,
aspetto l’amen del tuo volto con le quattro sigarette
che fumano e s’accorciano
come i pallidi lampioni che lungo il viale
sembrano chiamare nuova luce dalle strade,
dai passanti intabarrati in un terrore
che li chiude. Ho le tasche colme di comete
senza chioma e l’oceano che sciaborda
sulle scarpe povere di tela, decalitri di sonno
sull’altare di un esausto marciapiede
che eleva in sacramento il rantolo dei passi.
Tu opera il miracolo, alba a trecce sciolte
che incoronano la nuca d’invisibile,
trasforma queste impronte nelle tracce di un destino
e intona in re minore una preghiera per i vivi
che abitano ancora la preistoria del silenzio
in cui nasce l’urgenza intorpidita di un inizio,
la parola che si china sugli oggetti
e li raccoglie nella nostra umanità.
Ma subito si spande l’eco dura del dolore
e si inizia, tende in spalla, la traversata della lingua
come ci si inoltra in un deserto d’altipiano
per cercare quella sillaba assopita dentro il sole
che ci salvi dalla lacrima leggera del tramonto.
Negli occhi resta umida la brace di una nota
un po’ stonata, la coincidenza persa per un niente
tra le macerie ruvide del giorno, e nel niente,
in quel millimetro di sabbia, mi accampo
nell’attesa del risveglio, superstite tuareg,
raggomitolato sul tuo sguardo d’acqua fresca
come in una sindone madida di luce.

Alessandro Nannini, Faenza (Ra)

1° premio Sez. “Giovani Poeti”

Motivazione

Lirica di taglio meditativo, bene armonizzata nelle sequenze e nella tessitura dell’ordito, con immagini visive dirompenti e cattivanti per significare il problema dell’io narrante che dalle macerie del giorno esce come “sindone madida di luce”.


Su al “Pittore”

Ora fuggita e già distante
amica di giochi di strada
riaffiori e si rianimano
nel vesuviano sobborgo
le conte in dialetto, le corse
ed i salti su schiene ricurve,
il lancio di palla scugnizzo
sulla torre di sette pietre,
il carroccio di tavole e legni
con le vertiginose discese
e le stridenti sterzate.

Nella campagna sovrana
i ragazzi modellano fionde
impiegando rami adatti
lavorati con gesti lenti;
a Via Luca Giordano
negozietti di poco lusso
vendono pazzielle
rare e colorate.

Guainelle intempestive
tra folti eserciti nemici
interrogano il coraggio,
poi le fiere sfide a pallone
in campi polverosi
tra parchi rivali,
scavalcare, esplorare
un cane amico del gruppo.

Pochi giri compie ancora
la ruota oliata del tempo
e subito il paese si muta
in labirinti di palazzi
che cingono le antiche ville,
con nuovi giochi, altro vivere.

Massimo De Mellis, Sant’Anastasia (Na)

1° premio Sez. Autori di Sant’Anastasia

Motivazione

“La ruota oliata del tempo” gira ma senza stridere, ed ora le antiche scene sono cambiate: il paese si è mutato in un “labirinto di palazzi”, ma è ancora vivido e melanconico il ricordo degli antichi e semplici giochi, delle immagini di una strada che si è trasformata, ma è sempre pittoresca. Con brevi tratti di penna, il poeta sa rievocare un patrimonio di valori autentico con un lirismo di buon livello.

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