ISTITUZIONE DEL PREMIO

Il Concorso Nazionale di Poesia “Città di Sant’Anastasia” è nato nel 2001: in quell’anno, infatti, si sono poste le basi ed è iniziato il lungo percorso organizzativo che si è poi concretizzato nella cerimonia di premiazione della prima edizione, che si è svolta nell’aprile del 2002. L’idea di dar vita ad un concorso di poesia a livello nazionale è nata in seno all’Associazione “IncontrArci” di Sant’Anastasia, per incrementare le sue già numerose iniziative di carattere sociale e culturale sul territorio, allo scopo di tutelare e diffondere valori storici e folkloristici del luogo, come ad esempio la Sagra dell’albicocca. Mancava un evento culturale che potesse inserire anche la nostra cittadina nel particolare ambito letterario nazionale, come già molti Comuni italiani si prodigano a realizzare, perché la letteratura, e la poesia in particolare, rappresenta un aspetto senz’altro nobile, seppur di nicchia, della cultura contemporanea, aspetto e attività che contribuiscono verosimilmente alla crescita civile e morale di ciascuno e dell’intera comunità cittadina. Il progetto del nostro concorso di poesia fu quindi bene accolto dall’Amministrazione Comunale di Sant’Anastasia di quel periodo, che lo fece proprio, promuovendolo e patrocinandolo interamente. È stato così possibile realizzare, anno dopo anno, diciannove edizioni del concorso, con una partecipazione di autori sempre molto numerosa (con cospicui contributi anche dall’estero). Accanto a poeti esordienti e dotati di un ottimo talento poetico, accanto ai poeti giovani, alle prime esperienze con i versi, ed accanto ai poeti locali che liberamente hanno aderito all’iniziativa, abbiamo trovato nomi prestigiosi nel campo della poesia contemporanea: poeti affermati e molto apprezzati, i cui nomi sempre figurano ai primi posti in classifica nei concorsi letterari nazionali. La sezione dedicata all’ambiente e al territorio vesuviano, patrocinata moralmente dall’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, ha poi contribuito a valorizzare l’aspetto, la storia ed il folklore delle zone vesuviane, stimolando ed incoraggiando tutti i poeti partecipanti ad esprimere il loro “punto di vista poetico” su questi argomenti. Con la Delibera del Consiglio Comunale nr. 22 del 10 maggio 2012, è stata approvata l'Istituzionalizzazione del Concorso Nazionale di Poesia "Città di Sant'Anastasia", È stato un passo importante, che premia la costanza e l'impegno non solo degli organizzatori di questo peculiare evento culturale della nostra cittadina, proiettata ora a pieno titolo nel mondo letterario nazionale, ma anche dei nostri Amministratori che hanno saputo individuare anche in questo interessante appuntamento annuale con la poesia italiana, un momento significativo per l'affermazione e la diffusione della buona cultura, nonostante i mille problemi che impensieriscono la vita quotidiana di tutti. Il concorso si è svolto regolarmente ogni anno, a partire dal 2002, ed attualmente è giunto alla XIX edizione. È in preparazione la XX Edizione, traguardo considerevole e di tutto rispetto. A partire dalla XIX Edizione, l’Associazione “I colori della poesia” è subentrata all’Associazione “IncontrArci” nell’organizzazione e realizzazione del Premio.
Presidente e fondatore del Premio: Giuseppe Vetromile.
Promozione e Patrocinio del Comune di Sant’Anastasia (Na).
Organizzazione e direzione artistica: Associazione “I colori della poesia” (dalla XIX Edizione 2022).

venerdì 25 aprile 2008

La cerimonia di premiazione della sesta edizione

Si è svolta sabato scorso 19 aprile 2008, presso la Biblioteca del Centro Polifunzionale “G. Siani” di Sant’Anastasia, la cerimonia di premiazione del Concorso Nazionale di Poesia “Città di Sant’Anastasia”. Come ha spiegato il Presidente e organizzatore del Concorso, Giuseppe Vetromile, anche questa sesta edizione ha avuto un buon successo, nonostante le perplessità iniziali dovute all’introduzione di una minima quota di partecipazione. Le adesioni sono state numerose anche quest’anno: 203 partecipanti per un totale di 415 elaborati, provenienti da tutto il territorio nazionale e anche dall’estero (Canada, Grecia, Australia, Londra). Con viva soddisfazione, gli organizzatori e i membri della Commissione esaminatrice (composta dai poeti, scrittori e critici letterari Ciro Carfora, Luisa Della Porta, Anna Gertrude Pessina, Enzo Rega e Gerardo Santella, coordinati da Giuseppe Vetromile), hanno constatato l’accresciuta qualità e validità dei testi pervenuti e che di conseguenza è stato davvero arduo stabilire la stretta graduatoria finale, in base alla quale molti altri pregevoli elaborati sono purtroppo rimasti esclusi.I premiati: per la sezione A, a tema libero, il primo premio di 500 euro è stato assegnato al poeta Giovanni Bottaro, di Molino del Pallone, Bologna; il secondo di 300 euro a Giancarlo Interlandi di Acitrezza, Catania, e il terzo, di 200 euro, ad Armando Giorgi, di Genova. Sono poi seguiti due premi speciali di 100 euro cadauno, assegnati ai poeti Armando Saveriano di Avellino e Adolfo Silveto di Boscotrecase. La sezione dedicata all’ambiente e territorio vesuviano è stata vinta dalla poetessa Agostina Spagnuolo, di Capriglia Irpina, Avellino, mentre quella relativa ai giovani è andata a Vanina Zaccaria, di Volla, Napoli. La sezione “Poeti di Sant’Anastasia” è stata vinta dalla giovane Alessandra Mai.Le poesie sono state lette dall’attrice Natasha Vernetti e da Vincenzo Capuano, allievo della Scuola di Teatro “Gregorio Rocco”, di Carmine Giordano. Ha allietato la cerimonia di premiazione la giovane cantautrice Daniela Pizzau. Oltre ai premiati e segnalati presenti, e al numeroso pubblico che ha gremito la sala delle conferenze della Biblioteca, sono intervenuti anche gli Assessori Luigi De Simone e Armando Di Perna, e il Sindaco Carmine Pone. Al termine, un gustoso rinfresco offerto dal Circolo “IncontrArci”, organizzatore dell’evento.Anche per questa edizione del Concorso l’Ente Parco Nazionale del Vesuvio e la Provincia di Napoli Assessorato alla Pubblica Istruzione, hanno concesso il loro patrocinio morale mettendo a disposizione dei premiati delle ottime pubblicazioni e libri artistici. Ai segnalati sono stati donati manufatti in rame dell’artigianato locale e ai giovani e ad alcuni studenti presenti alla manifestazione sono stati donati libri di narrativa e di poesia.Si spera in una settima edizione di questo importante concorso letterario, con partecipanti sempre più numerosi e con dotazione di premi sempre più ricca.

domenica 23 dicembre 2007

IV EDIZIONE 2005/2006

IVa Edizione 2005/2006

Poeti partecipanti: 308 (un solo elaborato per partecipante).

Composizione della Giuria: Giuseppe Vetromile, presidente e organizzatore del concorso; Ines Barone, assessore alla cultura del Comune di Sant’Anastasia; Anna Gertrude Pessina, poetessa, scrittrice e critico letterario; Enzo Rega, poeta e critico letterario; Gerardo Santella, critico letterario; Ciro Carfora, poeta e operatore culturale.

Sez. A – Tema libero

1° premio: Gennaro Grieco. 2° premio: Giovanni Bottaro. 3° premio: Domenico Luiso.
Menzioni di merito: Carmen De Mola, Adolfo Silveto, Maria Angela Bedini, Giovanni Vesta.
Segnalati i poeti: Mina Antonelli, Anna Bruno, Loriana Capecchi, Giovanni Caso, Angelo Cocozza, Maria Pia De Martino, Marcello De Santis, Franco Fiorini, Ivano Mugnaini, Daniela Raimondi, Antonietta Tafuri, Umberto Vicaretti.

Sez. B – Il Vesuvio e il Monte Somma: poesie e canti

1° premio: Vincenzo Russo. 2° premio: Natasha Vernetti.
Segnalati: Emilia Fragomeni, Gerardo Altobelli, Mario Vecchione.


Premi Speciali

Mimmo Beneventano (alla memoria), medico, consigliere comunale di Ottaviano, ucciso in un agguato camorristico nel 1980.

Studenti del Liceo Polispecialistico Luca Pacioli di Sant’Anastasia.

La cerimonia di premiazione si è svolta il giorno 4 marzo 2006 nell’Aula Consiliare del Comune di Sant’Anastasia.

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LE POESIE PREMIATE


Sequenze dell’accoglienza in terra

noi,
qui in basso, scriviamo
i nostri nomi mortali

Octavio Paz


1. Il viaggio è perché bisogna partire.
Convoglio sulla bocca del vulcano per sondare gli umori della terra,
per dare ascolto al sangue sulle spine.
Estremo gesto di una eterna malattia
come quella dei vecchi che hanno tutti la stessa mappa,
dovunque sul viso gli stessi solchi come le strade del tempo che passa,
come il tempo passato ad aspettare.
Perché si sappia, Gen, noi spendiamo la nostra voce ma
come i vecchi in eterno seduti lungo i muri della resa
noi siamo tutti questa atroce notte, l’arena e il volo a capofitto.
Siamo verde mattino poi ammasso della piena
(neve sciocca nell’acqua verso il mare).
Dapprima visi intabarrati e felici per la scoperta – siamo –
poi tutti disperati.

2. Il dubbio, prima di partire,
sta lì accanto alla mappa in sorvegliata attesa.
Sta, metodologicamente; tarlo inquieto tormento dei millenni,
diffidenza in chiave di conoscenza.
Che fare di questo pianto nascosto?
delle risa costrette nella mimica conforme?
Togliemmo voce al patto di una storia esemplare,
scegliemmo un urlo inumano per dire di un’acqua avara
e di un cinico sole, per ingraziarci ciò che è se ci pare;
a turno spandemmo croci sui fumi della terra, e inopinati riscatti – poi –
sulle oramai sterminate ragioni.
Gesto propiziatorio è questa mano priva di aggettivi,
è il dito scarnificato che si agita
per una ripartenza.

3. Questo sogno tremendo dell’armonia del mondo
per noi scimmie evolute col dono del linguaggio…
Può, la parola?, il canto piccato sulle spoglie?
La lunga querimonia che dal tempo ci viene
è memoria del sangue, perdio è la nostra storia!

Almeno stando al dna, solo l’uno per cento ci affranca dalla liana.
Per genetica sorte, primato sui Primati è una onesta parola,
è dar nome alle cose: il silenzio ad Auschwitz,
sessant’anni oggi: neve e fumo dai comignoli.

27 gennaio 2005, Per non dimenticare


Gennaro Grieco, Trana (Torino)
1° premio sez. A

Motivazione della Giuria:

Poesia densa, corposa, di sapore amaro come amara è la materia che tratta, dipinta in quei vecchi “seduti lungo i muri della resa”. Sono quelli di Auschwitz e l’eco che ancora rimbomba nella desolazione delle macerie è straziante.
La voce poetica è sommessa; gli occhi dell’io narrante asciutti; l’animo lacerato in un quadro lirico di tensione emotiva coinvolgente e di buon intreccio figurale.letterario


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Tramontava la tua ultima notte

e
la Luce formicolava assonnata
sul geranio del davanzale sbadigliando

e
le tue palpebre cadendo
mormoravano al Lucore :

“dacci pace non disturbare il nostro riposo
non scivolare amoroso tra le ciglia
è inutile non la possiamo ri–destare”

tramontava la tua notte ultima
e nel viale
– deserto sotto i coni gialli dei lampioni –
si avvitava nell’aria maculata una foglia

parlava di assenze assopite nel nido:

al tuo ultimo grido
un palpito nuovo
– forse – la schiusa di un uovo

sapevo che ti avrei ri–vista
stella d’agosto caduta
sul tuo giaciglio d’acqua
le sponde del letto sul pavimento
le braccia poggiate al torace
la pelle diafana di sangue screziata
rassegnata
la faccia da attese sfibrata

me lo avevi – poco prima – confidato

quando nel mio dormiveglia
– abbacinato dal latteo del soffitto –
in un refolo mi avevi sussurrato:

“Figlio, cos’hai?
Non posso più aiutarti oramai”

col lamentevole aspettato uggiolare del telefono

la tua ultima notte
tramontava (su un asciutto mare di luna)

con la mia solitudine
consolata da un ampio Cielo terso

Pisa, 13 settembre 2005

Giovanni Bottaro, Pisa
2° premio sez. A

Motivazione della Giuria:

Lirica organica, equilibrata e densa di pensiero. Altamente suggestivo nella tessitura del lessico, evanescente e sfumato, il componimento filtra stile e tecnica da un codice personalissimo: esso dà al messaggio un’allusività sognante ed eterea nel tramonto di una notte in cui staticità e silenzio sono infranti solo dagli ultimi balbettii della madre.
La materia signica versale è sempre ritmo e scansioni di momenti, armonicamente aggregati alla formulazione fonetica delle sensazioni.

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E’ certo

E’ certo.
Non mi sbaglierò parlando della tua pena
ma non uscirò di casa stamattina
dalla mia stazione di periferia dove si riproduce
il canto senza prodigi degli uccelli
lungo il distratto aprile o quando sui vetri silenziosi
calerà pigro e ignaro dei martìri
l’insostituibile vociare delle cicale di agosto.

Nel mio angolo dimesso riarmerò la mia nave
in stile rococò con la polena
gialla lucente di lance e di scudi
e scrosterò la pece appiccicosa
dei souvenirs dei porti inesistenti
del sangue dei morti immaginari
si ingigantirà la prua sulle onde velleitarie dell’illusione
e avrà la sua acqua verde senza trasparenze
tranquilla come il sole
muto e impenetrabile
sui tonfi sordi e sugli urli lunghi.

Non vedrò nuvole nel mio cielo senza sconvolgimenti
e avrò i miei cani con i soliti latrati
i miei cavalli con gli zoccoli fasciati
e la mia penna secca di umori scriverà
sul diario di ieri e di domani
che la tua pena è precipitata a capofitto
schizzando sangue sul marmo delle statue
che la tua pena è un mostro partorito
per mia consolazione da un ventre concavo.

E’ certo
non mi sbaglierò sfogliando tra i rimpianti
e ti separerò dalla tua pena e dal tuo corpo
deflagrato in pezzi
disseminato per le strade abbagliate di cento città

mi contaminerò di atti estranei
e ancora non mi sbaglierò cercando una preghiera
nella più straniera delle mie coscienze

e mi terrò il mio canto come un’abituata gioia
e porterò il mio fascio di isterìe
alla tua tomba antica,
fiori di marmo per la tua paurosa pace
di ieri e di domani e nelle mia mano
un moccolo informe che si adagia
freddo
tra le dita fissate sulle tele.


Domenico Luiso, Bitonto (Bari)
3° premio sez. A

Motivazione della Giuria:

“Non vedrò nuvole nel mio cielo senza sconvolgimenti”, afferma il poeta in questo suo componimento ricco di immagini e di metafore: è un viaggio, il suo, pregno del dolore e dei patimenti propri del procedere lungo i giorni della vita. Ma una sottile, quasi velata speranza conforta l’Autore nell’enumerare le difficoltà e l’impervio andare: è quell’affermarzione ripetuta più volte a capoverso, “è certo”, che darà un senso all’intero quadro, e che alla fine indurrà il poeta a “tenersi il canto come un’abituata gioia, a portare il fascio di isterie alla tomba antica…”
Parole forti, spigolose, ma ben incastonate in versi di alta tonalità e musicalità.

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‘A muntagna mia


‘A tengo dint’a ll’anema
chesta muntagna bella,
è comm’a nu tesoro
ca vide mmiez’ ‘e stelle.

E’ ‘a mano ‘e nu criaturo
ca t’accarezz’ ‘a faccia,
è comm’a na fortuna
c’astrigne dint’ ‘e bracce.

E quanno spont’ ‘o sole
sotto a ‘stu cielo d’oro,
na làcrema d’ammore
se posa dint’ ‘o core!

Fa cavero o fa ‘a neve
tu ‘a guarda e si’ cuntento,
pare na vera freva
ca piglia a tanta ggente.

E siente ‘a primmavera
ncopp’a ‘sti pprete antiche,
‘a puorte int’’e penziere
p’’o riesto ‘e chesta vita.

Si te ne vaje luntano
se fa sempe cchiù cara,
c’’a luna chianu chiano
se specchia mmiez’’o mare.

Io songo nnammurato
‘e ‘sta muntagna mia:
è nu sciore culurato
c’addora ‘e fantasia!


Vincenzo Russo, Napoli,
1° premio sez. B



Motivazione della Giuria:

Il poeta esprime con padronanza del verso un quadro di intensa coloritura e appassionata dedizione al più grande simbolo della nostra terra: il Vesuvio. E non poteva, il poeta, utilizzare per questa sua vera e propria serenata alla sua, alla nostra montagna (“Io songo nnammurato ‘e ‘sta muntagna mia: è nu sciore culurato c’addora ‘e fantasia!”), il classico, intramontabile vernacolo, o meglio lingua, napoletana, sempre ricca di ritmo, musicalità, sentimento.
La lirica è ben costruita, il linguaggio è sonoro, molto evocativo.


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La terra del sole


Gli alberi di perle
imbiancano di fresca luce
le calde campagne
della terra del sole,
frammenti di solitudine
lontani dalle voci confuse.
E’ lì che nasce il mattino,
malinconica onda di mare
su spiagge deserte
portate dal vento
granello per granello
da altri mondi.
E’ lì che la luce si nasconde
tra esili rami
e possenti, forti rocce
colorate d’ambra e giada
di un fuoco che lentamente
si allontana verso l’infinito.
Ed è ancora lì
che la pallida luna si affaccia
tra piccoli diamanti
per sfiorare gli esili rami
e i soffici granelli di sabbia…
E le perle degli alberi diventano cristalli.


Natasha Vernetti, Pollena Trocchia (Napoli)
2° premio sez. B

Motivazione della Giuria:

La poesia smussa le angolazioni di una natura brulla e pietrificata, potente ed imponente, per soffermarsi su “alberi di perle”, rocce “colorate d’ambra e giada”, fuoco “che si allontana verso l’infinito”.
Le immagini sono plastiche; il tono lirico suadente; la struttura del linguaggio poetico armonicamente articolata.

venerdì 7 dicembre 2007

V EDIZIONE 2006/2007

RISULTATI

La Giuria, composta da Giuseppe Vetromile, Ciro Carfora, Enzo Rega, Gerardo Santella, Anna Gertrude Pessina e Ines Barone (Assessore alla Cultura del Comune di Sant’Anastasia), dopo attenta valutazione delle 668 opere pervenute, ha così deliberato:

SEZ. A – Tema libero

1° premio "Elegia per il sud", di Carmen De Mola, Polignano (BA)
2° premio "Noi", di Daniela Monreale, Valdarno (FI)
3° premio "Il canto di Beirut", di Adolfo Silveto, Boscotrecase (NA)

Menzioni di merito:

4° classificato "A Eugenio Montale", di Minos Gori, Pistoia
5° classificato "Scrivimi che stai bene", di Umberto Vicaretti, Luco de’ Marsi (AQ)
6° classificato "Un qualunque giorno a Xibet", di Maricla Di Dio, Calascibetta (EN)
7° classificato "Come era bianca la neve nel febbraio", di Giampaolo Merciai, S.Marcello (PT)
7° class. ex-aequo "Inevasa lettura o primo amore", di Loriana Capecchi, Quarrata (PT)

Seguono i seguenti Autori segnalati ex–aequo (in ordine alfabetico):

Alfredo Allegri (La mite fertilità); Giovanni Caso (Cosa bisbiglia il bianco del silenzio?); Ivan Fedeli (Poemetto in sala d’attesa); Benito Galilea (Di noi); Deanna Mannaioli (Le zolle dei padri); Pasquale Martiniello (Ugole e chitarre); Paolo Polvani (Apprendista o veterano); Daniela Raimondi (Alfonsina vestita di mare); Paolo Sangiovanni (Passeggiate al Vomero nel Quarantasette); Giovanni Vesta (Il momento è perfetto).

SEZ. B – Ambiente e territorio vesuviano

1° premio "‘Na malatia", di Armando Saveriano, Avellino
2° premio "Parlano di voi", di Anna Bruno, Somma Ves.na (NA)
3° premio "Città violenta", di Rosa Speranza, Napoli
Segnalazioni: "‘E llacreme d’ ‘o sole", di Giovanna Pellone Fenu, Castello di Cisterna (NA); "La patria dei poeti", di Emilia Fragomeni, Genova; "Acquerello", di Eduardo De Biase, Secondigliano (NA)

Sezione “Giovani”

La Giuria ha inteso valutare anche gli elaborati pervenuti da giovani autori (di max 23 anni), per incentivare la loro creatività artistica e dando loro una ulteriore possibilità di distinguersi. Pertanto si è così deliberato:

1° premio "Attesa", di Alessandro Nannini, Faenza (RA)
2° premio "Fotoricordo", di Domenico Cassese, Palma Campania (NA)
2° ex aequo "Il mercante d’arte", di Silvia Montieri, Napoli
3° premio "Scatola", di Emanuela Esposito, Somma Vesuviana (NA)

Migliore poesia di Autore locale, residente in Sant’Anastasia:

Al fine di valorizzare e incentivare la produzione poetica degli autori residenti in Sant’Anastasia, tra gli 8 partecipanti locali, la Giuria ha inteso premiare la poesia n° 420, dal titolo “Su al Pittore”, risultata dell’Autore Massimo De Mellis.

La cerimonia di premiazione ha avuto luogo il 31 marzo 2007 alle ore 17.30 nell’Aula Consiliare del Comune di Sant’Anastasia, in Piazza Siano 2.

Le poesie premiate della V Edizione

Elegia per il Sud


Raccontami del Sud, ora che si fa diafano
anche il passo della luna
e lungo i sentieri respirano – al ritmo perduto delle avene –
ultime lucciole. Sillaba un’antica litania
la chiesa del Rosario e sul campanile s’accampa
un vocio fitto di fazzoletti rossi che impallidisce
all’urlo sguaiato dei briganti dalle valli.
Ma domani, svanito il sogno, non ci saranno
visi di creta assiepati ad aspettar giornata nella piazza
né dignità di brache da tener su con le funi
per l’angoscia di ore arrugginite a raddrizzare
come chiodi dentro i muri.
Ho smarrito anch’io la fede nel miracolo dell’acqua
che si commuta in vino, prima che il gallo canti
e la brina mattutina svapori in un amen tra i filari.
Mi scivola addosso la solitudine spessa dei lentischi
e non so più aspettare il silenzio della notte
che precede l’osanna delle donne e l’epifania del sole
che lento incede sui vigneti.
E’ già vicina la bocca oscena del gigante e sputa violenza
e case buttate sulla costa come semi di melone.
Ma se spalanco le braccia a questo vento – che sa di timo
e scompiglia i calendari – m’arrocco in una notte
selvaggia d’oleastro.
Domani – col sole – garrisca pure volgare,
l’affaccio di un lenzuolo al balcone
ad ostentare la verginità perduta
dell’alba sgualcita della sposa.
Resterò ancora qui, aggrappata al sogno dell’olivo
perché la mia terra mi ha legato cuore e polsi
con antichi incantamenti di stille d’olio
a galleggiare avemarie nei piatti fondi.
Ride una vecchia fattucchiera soddisfatta del suo rito.
Ed io non ho più piedi, né ali per andare.

Carmen De Mola, Polignano a Mare (Ba)

1° Premio Sez. A

Motivazione:

Poesie che decantano e immortalano il nostro Sud ne sono state scritte tante, nel recente passato (Scotelarro, Sinisgalli, Bodini per non parlare dello stesso Quasimodo), come nel presente da autorevoli e noti poeti. Con nostalgia di un mondo forse lontano e adombrato, e con il calore e la forza di un sentimento che ancora lega fortemente all’originale genuinità di intramontati valori.
Ma questa “Elegia” della poetessa polignanese Carmen De Mola, già da alcuni anni affermata e brava scrittrice, si distingue certamente da tutte le altre liriche di questo tipo, per il compendio poetico che, in pochi tratti efficaci, riesce a evidenziare, e per la padronanza sicura di un verso che risuona a volte dolce, a volte graffiante, ma sempre di un lirismo eccezionale.


Noi



(cercando dal raziocinio la nota pulita,
l’intuizione per un difficile concetto di gratuità…)

Questo sabato piovuto a gelo mi guardo intorno, nel mio quadrato,
perché possa scoprire dentro l’occhio
un resto di montagne, e sorprendermi lontano.
Leggo, senza orologio. Un libretto di poesie
per cura breve delle nostalgie: La porcellana più fine,
come segnalibro un biglietto ancora nuovo,
che avrei ficcato in bocca alla macchinetta del tram milanese
– fossi partita, quella sera.
Ma è stato così, improvviso come la voglia, capovolta,
di incontrarsi, cercarsi al bivio accidentale, per poi perdersi
nei ritmi elastici, senza coscienza, come un’esistenza torrentizia,
chissà dove.
Andò così: che persi l’appuntamento. Non piansi,
non detti campo allo scavo dei dolori. Era ora di cenare e cenai,
con l’ironia dei denti che picchiavano contenti.
Piuttosto il folgorante no disfece le connessioni.
Lasciammo perdere ogni argomento, ellittico
nella mutua comprensione. Ci dormii sopra,
e c’era qualcosa che non capivo, che sempre avrei mancato di capire,
nell’olimpica signoria del caso, ma ora che sono sul divano,
a poggiare i ricordi sul piattino della mia vita disobbediente,
ti penso,
e penso a come sarebbe stato diverso parlarsi sorridendo,
senza valore aggiunto di sovrasensi, proiezioni del passato,
cellule impazzite per scorie razionali.

Tra noi era la pagina bianca, il mistero, ma scriverci cosa, contava?
Contava la confidenza, sui binari di partenza,
ma la nebbia confonde gli scambi dei raccordi,
deraglia le intenzioni, le tensioni a una calma
originaria. Come fosse pioggia sottile a dilavare
l’attimo perfetto, la carezza.
Eppure siamo qui per scindere l’erba dalle tracce di cemento,
sentire il fresco rabbrividente, quando l’afa diventa quotidiana e grava,
come un cappello.
Siamo a rendere il ruolo dei troppo sofisticati
giochi di potere. A perdere, in capienza di cautele,
ma a scommettere sulla sapienza lieve dei nuovi accordi.

Cosa obbligava, il gesto?
Nulla oltre il fragile, la nudità del naturale
farsi da sé del sentimento, lieve o intenso, comunque illeso.
E niente di più oltre il semplice alfabeto degli sguardi,
quando la tenerezza da sé bastava, come un cerchio.

Come il circo silenzioso degli abbracci – da soli per
recuperare la terra calpestata
la forma creaturale che abbiamo dentro.

Daniela Monreale, Figline Valdarno (Fi)

2° premio Sez. A

Motivazione

La solitudine, un appuntamento mancato, il caso, il ricordo, sensazioni che attraversano il corpo, sentimenti che trascorrono dentro. Un parlare che non diventa dialogo. Un flusso di immagini che si dilatano in un discorso poetico dall’andamento prosastico e di facile fruibilità, in cui l’io lirico descrive una tenue storia d’amore, caratterizzata da lievi tocchi d’ironia e tramata da una sapiente tessitura fonica interna.


Il canto di Beirut


L’alba mi sospira neve negli occhi
dove si muove il filo bianco di un sogno morto.

Nere le bocche di sale della notte,
inghiottono i palmeti sfranti del cuore
dove il cedro piantato da Dio
si è consumato fino alle radici.

Non posso dirmi al sicuro da ogni scheggia di cielo,
da ogni osso appuntito di luna!

Curva sulla terra che mi chiede parole
che non ho detto mai,
non aspetto preghiere, non sento altro che il gemito
del vento che mi scortica dentro.

Un gioco di luce pallida, l’anima addormentata
nella noce marcia delle mie miserie!

Come nelle bettole al porto vecchio,
danza la mia memoria e poi stramazza
tra le ombre rotte sopra il muro stanco,
e mi accarezza il sangue
un canto senza voce d’oltremare.

Un amore bivacca devastato,
senza ritegno, a un passo dal mio cuore…

La tristezza mi lancia lenti cocci di sera.
Ancora uccide, dai veli dell’incanto,
piccoli destini accantonati

nelle soste magiche del tempo,
tra le rovine arrugginite del silenzio.

Nei frantumi sparsi della resa!


Adolfo Silveto, Boscotrecase (Na)

3° premio Sez. A

Motivazione

Il tema delle guerre fratricide, e non solo quelle, ma delle devastazioni apportate in questa cosiddetta moderna civiltà, da conflitti inumani e spesso conflagrati nel nome di una falsa quanto ingiusta religiosità che sfocia nell’assolutismo, è sempre stato argomento delicato e fondamentale, al quale nessun poeta, nessun vero poeta, è mai rimasto indifferente. Constatare con amarezza quanto l’uomo, a volte, sia piccolo a sé stesso, e che non riesca a vedere oltre il limite della propria contingenza storica e sociale, che non riesca a stabilire un dialogo di fratellanza e di pace con i suoi simili, anche diversi per credo e per civiltà, duole al poeta più di ogni altra cosa. E Beirut è nello stesso tempo canto di dolore e di rassegnazione, “nei frantumi sparsi della resa”, in cui l’Autore, con tratto sicuro e appassionato, dolente ma lirico, condanna e ammonisce, come solo un grande poeta può e sa fare.


‘Na malatia
(Aegresco)


Denervato il corpo, illanguidite queste carni,
ipocondriaco più che longanime – lo ammetto –
(ma di fiuto macrorrino comme le Cyrano)
dint’ ‘o core prosciugata ogni esuberanza
pe’ chistu munno taccariato
ra’ ‘e curtielle r’ ‘a camorra e d’ ‘e tasse e ‘nu guverno ‘nfame
‘na malatìa nel lazzariarmi omocontuso m’iscoria:
perciò sto accuvato rint’ ‘a ‘na vita senza senso
e un rodimento di paure multiple s’incista,
m’increta chillu turzillo d’anima che resta
comm’a ‘na menna ‘e luna mmiez’ ‘o cielo cummigliato ‘e sciaùre
e ‘nu turmiento comm’a ‘nu sciume scorre
“pareil à ma peine il s’écoule et ne tarit pas”
lassanneme dint’ ‘a vocca muta ‘o gulìo ‘e na bella cosa:
‘o tiempo verde e allèro ca se n’è fujuto
chin’ ‘e scuorno p’ ‘o presente
lassann’ ‘o posto a ‘stì gghiurnate ‘ngrate
ca fanno ‘sta città piezze piezze.
Napule mia tua nosta vosta sta murenno
cu’ mme cu’ te cu’ nuje – senza retorica lo dico –
Napule, nun t’addorme, pe’ favore,
e tu – frate Vesuvio –
bello all’orizzonte da gouache
chiagne ‘na sbummata ‘e fuoco
ca cancellasse ‘sta recadenza peruta e disgraziata.
E’ bulimìa epocale, frangia immonda del secolo.
Ce cunzuma a tutte quante, uommene, femmene, criature,
giuvene e viecchie (e chille ‘nfracetate comm’a mme…)
E comm’a mme risperata
inferma di luce transanguina odio in
ViaTribunaliSpaccanapoliViaChiaiaViaToledoPiazzadeiMartiri
illapida ogni vita e ogni vita s’abbrucia
e non di lava,
ogni gghiuorno ce sta ‘n’ ‘ata confittura ca se mmisca
a ‘o sapore d’ ‘e perziche scamazzate,
a nu surzo ‘e café, alle castagne
appetitose in parole e in digitale
di Carla Viparelli a piazza San Domenico,
a ‘e paggine r’ ‘e Dreams ‘e Beckford
nnammurato ‘e Emma Lyon
e ce fa’ cantà cu rraggia e troppa nustalgia
“Tiempe belle ‘e ‘na vota…”
Nun funzionano ‘e “puete” ‘e quattu sorde
ca vénneno ‘e cartuline ‘e sittant’anne fa.
E nemmeno l’esercito vogliamo nella nostra città
ca vuje pulente fredde accusate di vivere
di nordastra carità…!
Mo’ sulo ‘o splendore r’ ‘o passato ce arravoglia
e ‘na malincunia pe ‘o ffenì r’ ‘e ccose ‘e malavoglia.

Armando Saveriano, Avellino

1° premio Sez. B

Motivazione
La lingua napoletana viene adoperata al di fuori degli schemi consueti con modalità decisamente sperimentali, in alternanza, in un pastiche colto, all’italiano e a qualche raffinata inserzione francese. Invocato alla maniera di Francesco “frate Vesuvio”, l’autore parla di Napoli in modo parimenti non oleografico paragonando la malattia della città a quella di un corpo umano in una corrispondenza fra situazione esterna e condizione interiore che permette di anatomizzare i mali napoletani senza retorica. Rischio peraltro appunto di già evitato dalla torsione particolare e sapiente della scrittura che non appare mero gioco formale ma stenografia del reale – alla maniera di Gadda, per dire, i cui barocchismi erano funzionali alla realtà barocca da descrivere.


Parlano di voi…

Tace, avvolta dal grigiore cenerino,
la brace che vivida occhieggiava ;
finge il torpore quieto di un bambino
laddove era briosa fiamma che scalciava .
Ed io staziono qui, nel buono della sera
che mi siede al racconto degli eventi
e m’inchioda a crepitii spenti
ancor prima che divengan suono .
Sfilano volti incolti sullo schermo,
maglie divelte dalla catena che ci serra;
alle battaglie par posto punto fermo
ma di morte si fa forte nuova guerra.
Gemme sgualcite
su rami mille volte saccheggiati,
segni incompiuti di disegni già violati,
parlano di voi
che d’ore di sonno fate veglie mute,
vendute da profani come scorie ,
tra rappezzi di memorie sui portoni
( scuola di storie di nefasti eroi)
e graffiti di rivolta sopra i muri
e grugni duri a frantumar miserie
in vicoli di selve per le belve.
D’ombre, la notte lascia impronte,
lorde di sangue, e da serpe si trascina,
esasperata e inviperita,
a sputar veleno sulla vita.
Ai piedi di questo monte arreso
ad esser fronte di camorra
nessuno vuol che scorra la violenza
ma pende la lenza con esche vive all’amo
e nel catino colmo d’acqua scura
boccheggiano le ore tra molecole di paura.
E’ scalpiccìo di pensieri cupi
sui sentieri a lasciar orma di lupi
e le prede sono lì, a metter piede,
nella poca luce del giorno infame
che a tesser trame d’orrori s’è posata.
Ed è strazio che non spegne il sopruso:
ancor alita il fumo inverecondo
dal fuoco che giace, e laddove era brace
si cela impudente l’insidia del mondo.

Anna Bruno, Somma Vesuviana (Na)

2° premio Sez. B

Motivazione

La poesia è sovente anche denuncia, indicazione accorata delle storture, delle ingiustizie e delle sopraffazioni che deturpano il mondo e soprattutto il mondo nostro, quello a noi più prossimo. E non è da meno l’Autrice di questa interessante lirica, autrice sensibile e attenta ai problemi del nostro territorio. E con la metafora della nuova fiamma che “vivida occhieggia fingendo il torpore quieto del bambino, laddove era briosa fiamma che scalciava”, la poetessa condanna le forme sottili e subdole della violenza, richiamando ai perpetui e formanti valori di ogni civiltà che si rispetti: con una modalità poetica risonante e incisiva.



Città violenta

L’urlo delle sirene
lacera l’aria inquinata
della città violenta,
giungla d’asfalto
dove prede e predatori lottano
e le luci delle ambulanze
disegnano scie di sangue.
Un brivido mi assale
di sgomento e di paura.
Vorrei gridare a tutti:
“Fermiamoci e parliamo,
parliamo qui per strada.
Forse eravate tutti
domenica mattina
a sentire l’omelia…
E forse avete risposto
all’appello della televisione
dopo avere pianto
sulla fame del mondo
e le immagini di guerra…
Ora la guerra è qui,
davanti ai nostri occhi,
nella città violenta.
Fermiamoci un momento
e poi insieme andiamo
a distruggere l’odio”.
Ma la gente indifferente
pare mi risponda:
“Anche stavolta non è toccato a noi.
Noi siamo vivi ancora e questo basta”.
E corriamo frettolosi per le strade
ipnotizzati da luci false
che affossano l’anima.
Qualcuno anche oggi
piangerà i suoi morti,
ma l’indifferenza ballerà
la sua danza macabra
sulla tomba dell’amore…

Rosa Speranza, Napoli

3° premio Sez. B


Motivazione


L’immagine di una città smembrata dalla violenza e dai soprusi, ma soprattutto dall’indifferenza: “Anche stavolta non è toccato a noi”, è l’amara constatazione che induce a riflettere sul nostro frequente egoismo. Ma la città è metaforicamente tutto il mondo, tutta la società attuale, continuamente distratta dalle cose futili e dalla quotidianità che “affossa l’anima”.
Bisogna “fermarsi un momento”, ci supplica l’autrice di questa poesia dal verso semplice ma sincero e profondo, per poi “andare insieme a distruggere l’odio”.



Attesa

T’aspetto alla fermata gelida del tram
a metà fra le vetrate gotiche sui cieli
e il pianto scuramaro della terra
nell’istante in cui le strisce pedonali
sono piste d’atterraggio per le nostre voci roche,
aspetto l’amen del tuo volto con le quattro sigarette
che fumano e s’accorciano
come i pallidi lampioni che lungo il viale
sembrano chiamare nuova luce dalle strade,
dai passanti intabarrati in un terrore
che li chiude. Ho le tasche colme di comete
senza chioma e l’oceano che sciaborda
sulle scarpe povere di tela, decalitri di sonno
sull’altare di un esausto marciapiede
che eleva in sacramento il rantolo dei passi.
Tu opera il miracolo, alba a trecce sciolte
che incoronano la nuca d’invisibile,
trasforma queste impronte nelle tracce di un destino
e intona in re minore una preghiera per i vivi
che abitano ancora la preistoria del silenzio
in cui nasce l’urgenza intorpidita di un inizio,
la parola che si china sugli oggetti
e li raccoglie nella nostra umanità.
Ma subito si spande l’eco dura del dolore
e si inizia, tende in spalla, la traversata della lingua
come ci si inoltra in un deserto d’altipiano
per cercare quella sillaba assopita dentro il sole
che ci salvi dalla lacrima leggera del tramonto.
Negli occhi resta umida la brace di una nota
un po’ stonata, la coincidenza persa per un niente
tra le macerie ruvide del giorno, e nel niente,
in quel millimetro di sabbia, mi accampo
nell’attesa del risveglio, superstite tuareg,
raggomitolato sul tuo sguardo d’acqua fresca
come in una sindone madida di luce.

Alessandro Nannini, Faenza (Ra)

1° premio Sez. “Giovani Poeti”

Motivazione

Lirica di taglio meditativo, bene armonizzata nelle sequenze e nella tessitura dell’ordito, con immagini visive dirompenti e cattivanti per significare il problema dell’io narrante che dalle macerie del giorno esce come “sindone madida di luce”.


Su al “Pittore”

Ora fuggita e già distante
amica di giochi di strada
riaffiori e si rianimano
nel vesuviano sobborgo
le conte in dialetto, le corse
ed i salti su schiene ricurve,
il lancio di palla scugnizzo
sulla torre di sette pietre,
il carroccio di tavole e legni
con le vertiginose discese
e le stridenti sterzate.

Nella campagna sovrana
i ragazzi modellano fionde
impiegando rami adatti
lavorati con gesti lenti;
a Via Luca Giordano
negozietti di poco lusso
vendono pazzielle
rare e colorate.

Guainelle intempestive
tra folti eserciti nemici
interrogano il coraggio,
poi le fiere sfide a pallone
in campi polverosi
tra parchi rivali,
scavalcare, esplorare
un cane amico del gruppo.

Pochi giri compie ancora
la ruota oliata del tempo
e subito il paese si muta
in labirinti di palazzi
che cingono le antiche ville,
con nuovi giochi, altro vivere.

Massimo De Mellis, Sant’Anastasia (Na)

1° premio Sez. Autori di Sant’Anastasia

Motivazione

“La ruota oliata del tempo” gira ma senza stridere, ed ora le antiche scene sono cambiate: il paese si è mutato in un “labirinto di palazzi”, ma è ancora vivido e melanconico il ricordo degli antichi e semplici giochi, delle immagini di una strada che si è trasformata, ma è sempre pittoresca. Con brevi tratti di penna, il poeta sa rievocare un patrimonio di valori autentico con un lirismo di buon livello.

XXI Edizione. La lettera di Cinzia Marulli alla Giuria degli Studenti

Cerimonia di premiazione XVIII Edizione, 10/12/21

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Le foto della X Edizione

Le foto della X Edizione
Biblioteca G. Siani, Sant'Anastasia, 12 dicembre 2012

Il video di Vincenzo Caputo della cerimonia di premiazione della X Edizione del Concorso

Intervento di Giuseppe Vetromile e Mariangela Spadaro (a cura di TeleAnastasia)

Alcune fasi della premiazione della IX Edizione (TeleAnastasia)

Premiazione sez. ambiente e territorio IX Ediz (TeleAnastasia)

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