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sabato 25 aprile 2009

Le poesie premiate della Settima Edizione

Sette edizioni del Concorso Nazionale di Poesia “Città di Sant’Anastasia” costituiscono un traguardo importante ed ambìto, se si pensa che molte iniziative del genere nascono e muoiono subito dopo. Noi invece abbiamo sempre guardato avanti con coraggio, impegno e passione letteraria, il che ci ha premiato e spronato a proseguire, a volte non senza qualche difficoltà. Il nostro desiderio, e impegno, è continuare nel futuro, contribuendo in tal modo alla crescita culturale e “poetica” della nostra società e in particolare del nostro territorio vesuviano, tante volte tartassato e deturpato. La poesia è anche un veicolo di civiltà, di progresso sociale e di riaffermazione di antichi, insostituibili valori umani.
Un grazie sentito a tutti coloro, poeti, istituzioni, amici, collaboratori, che hanno aderito a questa importante iniziativa, credendoci e sostenendola in tutti i modi.

Giuseppe Vetromile

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MARE D’INVERNO

Non geli la neve caduta
stanotte sul tetto di casa.
Non bruci più il ciocco sul fuoco.
Non pianga la bimba allattata
ad un seno da tempo asciugato.
Non dondoli il ramo d'abete nell'aria
che trema di brividi lunghi di bora.
Non sia più biancastro di schiuma quel mare
che mugghia da giorni e trasporta relitti
alla spiaggia che amo percorrere a piedi il mattino
cercando i ricordi di un mondo di fossili vite
trascorse, conchiglie svuotate,
bottiglie di vetro col tappo richiuso ma senza messaggi,
dei piccoli pezzi di legno istoriati
da mille tempeste ed erosi dal sale, barattoli vuoti
e forme improbabili e strane di blocchi scavati
di polistirolo. E frange verdastre, diffuse,
di alghe, le chiome di mostri marini.
E piccole boe galleggianti strappate agli ormeggi
in porti lontani e tappi di sughero rossi
e zoccoli in legno spaiati.
Il mare si acquieta al mattino e la schiuma
non lascia più a riva che un debole filo di bava.
Cammino laddove la sabbia bagnata
é più dura e compatta al passaggio dei piedi
che lasciano appena una traccia.
Le vite che passano a turno sul bordo del mare
imprimono segni profondi quel tanto
che il peso di vivere vuole.
Si passa da sempre su spiagge deserte soltanto
per essere certi di vivere ancora.
Poi l'orma si colma pian piano dell'acqua
che il mare trasporta da sempre
col ritmo solenne d'un corpo infinito
che dorme e respira.
E l'acqua che bacia la riva
erode pian piano le tracce di vite trascorse.
La vita immortale del mare che frange
cancella le impronte
di tutte le vite trascorse sull'umida riva.
Di tutto non resta nient'altro
che l'ampia distesa di sabbia, l'immensa
lavagna che porta per poco il disegno di un uomo,
poi tutto ritorna infinito.
Per molti
il gelo di neve sul tetto di casa,
per altri
il fuoco di un ciocco, un seno che allatta
e un brivido lungo di bora.
E il mare d'inverno a mugghiare.

Rodolfo Vettorello, Milano
1° premio Sez. A

Motivazione:

Lirica di ampio spessore filosofico e di alta meditazione esistenziale. Già dall’incipit le scelte lessicali pregnanti, assolute, pomacee, approcciano ad una teologia negativa con un panta rei che conduce ad una stazione di pietrificazione, ad una dialettica di esclusione e di non positività, in cui molti vivono il quotidiano senza problematizzarsi, senza avvedersi che il disegno dell’uomo sulla sabbia, dura e compatta, resta per poco.

(Anna Gertrude Pessina)

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BARACCA CENTOVENTI

Baracca centoventi, un lungo urlare
di numeri scavati sulla pelle
e in contrappunto l’eco delle stelle
nelle notti di ghiaccio.

Inermi e rotti, là sul tavolaccio
al buio dello scorrere dei giorni
stillano ai volti lacrime di sale
in attesa dei forni
per un odio ancestrale.

Baracca centoventi, nelle sere
ancora i fumi delle ciminiere
acri tra i corpi stesi nell’orrore
cumuli d’ossa senza dignità

stremati burattini senza fili
snodati e vuoti, soli, abbandonati,
umani non più umani
desiderosi dell’eternità. Tra le mani
giorni che se ne vanno tutti uguali
e rimpianti e preghiere.

Un vecchio figge gli occhi nella gora
ove è costretto a stare a lungo in piedi
per inutili appelli, ripetuti
nella notte più volte e ancora e ancora
in cerca di un’aurora,
che sa che non verrà. La libertà
è sepolta nei ghigni dei guardiani.
Dentro l’animo scuro
il vecchio esala l’ultimo sospiro.
Baracca centoventi, nell’attesa
di una fine pietosa
un respiro angoscioso e niente più.

Tramonteranno i giorni e da laggiù
risorgerà la luna, all’imbrunire,
indifferente…

S’alterneranno uguali altri domani
e giorni e giorni e giorni…
ed altri corpi al gelo seccheranno
o bruceranno ai forni…

Baracca centoventi nel grigiore
sotto un cielo di piombo e senza stelle
un violino stonato in agonia
quasi come d’antica sinfonia
d’una dimenticata giovinezza.

Baracca centoventi adesso vuota
di lai pietosa di speranze vane
solo lacrime amare sulla gota.

Il latrato di un cane
annuncia a tutti la comune sorte:
le illusioni rubate… poi la morte.

Marcello De Santis, Tivoli (Roma)
2° premio Sez. A

Motivazione:

Lirica ad alta tensione drammatica, canta e piange un orrore, un incainire che non si può e non si deve dimenticare. Con na trama narrativa desoggettivizzata, il componimento presenti fica lo sterminio, appena lenito dalle note di un violino stonato, anch’esso in agonia come tutto nei lager, cimiteri di uomini e cose che sopravvivono ai tempi e alle stagioni, in un’immobilità pietrificata, statica ed eterna, rispetto al divenire della storia.

(Anna Gertrude Pessina)

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STABAT MATER

ad Aisha, lapidata a 13 anni
a Chisimaio, Somalia, il 27 ottobre 2008

Ragazza mia che più non hai memoria
del fiume attraversato a piedi nudi,
chiare le pietre amiche e levigate
a carezzare il passo tuo gentile
in volo dolce verso Chisimaio.

Così io ti ricordo - o almeno credo -
tese le braccia a bilanciare il guado,
gazzella ignara al sogno tuo leggero,
le rive e i tuoi compagni argento e risa.

Così ragazza mia io ti ricordo,
così salivi al giorno, e non sapevi
il Golgota, né il fuoco alle stazioni:
dèmoni neri, angeli del Male,
violarono il tuo fiore ancora acerbo,
ostia promessa all’odio e all’impostura;
poi fecero del giunco tuo sottile
croce di te confitta sulla terra.

Oh, mia ragazza esausta!
Ora che il tempo, tutto, è consumato,
di te ci resta questo tuo sorriso
fiorito sulle labbra un po’ arrossate
(più grandi e appena più perduti gli occhi);
di te ci resta questo tuo silenzio,
lama di fuoco a mutilare i sogni.

Stringe adagio il tuo capo,
perse le mani dolenti,
tua madre,
lieve sfiorando i capelli tuoi crespi,
dolcemente raccolti sulla nuca
con fermagli di porpora e carminio.

Umberto Vicaretti, Luco dei Marsi (Aq)
3° premio Sez. A

Motivazione:

Il richiamo alla classica preghiera dello “Stabat Mater”, che ritroviamo peraltro anche nelle bellissime musiche di intere generzioni di autori quali Scarlatti, Vivaldi, Pergolesi, Rossini, è in questa lirica veramente sentito, e l’accostamento della Madre Dolorosa alla madre più recente della povera ragazza lapidata a Chisimaio, in Somalia, è pieno e del tutto convincente. Come la Madonna, anche la povera madre di Aisha è addolorata, e stringe adagio il suo capo, perse le mani dolenti.
E’ una lirica dolce e molto commovente, dalle figurazioni forti espresse in una perfetta struttura poetica basata su un melodioso endecasillabo.

(Giuseppe Vetromile)

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FLATUS VOCIS

Ad Aristide La Rocca, in memoria

Accanto all’uscio è sdraiata la notte.
Ha voce ampia la lampada che irrora
a giorno per le mie pupille stanche
la parte del giornale in cui ti scopro
morto da due mesi, meraviglioso
amico e poeta, di lodi largo.
Ormai è muta la tua bella penna
che non più scrolla il puro oro del sole
né più canta poemi il generoso
c...... u...... o...... r...... e.

(F…l…a…t…u…s… v…o…c…i…s…
alita leziosa brezza
di mezza notte
sinuosa
investendo la luce
fulgido scudo alle tenebre.)

Sul balcone dell’anima piegato
ti seguo, amico mio, tra i meandri
del cielo e tendo agguati alla tua fuga,
per ritardarla con lirici vezzi,
con cuore antico farla far dimora.
Ma tu che hai già preso la bisaccia
non hai più voglia di voltarti indietro.

(F…l…a…t…u…s… v…o…c…i…s…
breve soffio vocale
labile verbo
scivoliamo sul mare del tempo
che non fa onda
appesi
a rami di vento
a corse d’aria
al sole precario.)

Pasquale Balestriere, Barano d’Ischia (Na)
Premio Speciale della Giuria, sez. A

Motivazione:

Tema della poesia il sentimento di stima e di appartenenza ad un poeta dipartito, prodigo di lodi e di incoraggiamenti, in viaggio su un sentiero senza ritorno. La lirica tende allo sfumato, all’impalpabile, al sussurro che è quello che accompagna il caro amico, perdendosi col ricordo di lui nel mare del tempo.

(Anna Gertrude Pessina)

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CONSUNTIVO IN ROSSO

Nel paese si è scollata l’ombra delle colline
e precipita un progetto di rovine
che nessuna mano sa come arginare.

Il venditore di sorbe rosse del cratere
non adesca più fanciulli illanguiditi
dalla luce smorta del televisore,
che incanta dentro con oscuri segni,
(se si diventa esperti all’invettiva
e a scorticarsi i denti sopra i pugni).

Cupi risentimenti si consumano
sui divani remoti, nelle case spente,
e i volti annegati in lividi stupori
scompaiono, intermittenti,
nel balenio fugace delle immagini,
come nell’oblò di una nave abbandonata
o dietro il finestrino nerofumo
di un tram obsoleto.

Non so se nasce in questa terra morta
ancora il biancospino che ci abbaglia,
ma certo tutti noi ci corichiamo
nell’amaca indolente del “non fare”,
col cappio al cuore e gli occhi nelle tasche
incrostate di paura.

Eppure c’è un destino che ci aspetta
per archiviare pratiche insolute,
mentre contiamo tutti i rami rotti
della disperazione
sospesa dai gerani dei balconi,
tramandando delitto ed innocenza
con lo stesso impalpabile vigore.
E ci aggiriamo come spettri stanchi
in cunicoli di bocche abituate
a sapori malsani, dimentichi da tempo
dell’amore nascosto fatto al buio
di vicoli incrociati.
Quello che si carpiva senza voce
dalle mani tremanti di passione,
quando la luna ancora s’illudeva
piovendo, ignara, pallido splendore

per qualcuno ferito d’altri sogni!

Adolfo Silveto, Boscotrecase (Na)
1° premio Sez. B

Motivazione:

E’ un canto di denuncia, un vero “consuntivo in rosso”, questa lirica dai toni forti e malinconici, con la quale l’autore si rammarica per le evidenti scempiaggini che deturpano ormai il nostro mondo, la nostra civiltà, mentre noi tutti assistiamo indifferenti “al balenio fugace delle immagini” e ci corichiamo “nell’amaca indolente del non fare”. E’ un richiamo alla riscossa, un incitamento a riprenderci la nostra vera umanità? Certo, la poesia, questa poesia, ce lo suggerisce. E con un perfetto dettato lirico, con immagini immediate e significative.

(Giuseppe Vetromile)

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TERRA DEL VESUVIO

E mi corri incontro
sul vagone accaldato del meriggio,
tra fughe di rotaie
e un vento amico
che accarezza i pensieri.
E mi corri incontro
col tuo profumo acre di limoni,
panni stesi alle finestre,
case diroccate, sole, mare,
tavolozza di colori
nell’informe grigio del presente.
Pianto di bimbi,
visi aspri di vecchi,
sorrisi di fanciulle in fiore,
fisarmonica
che azzarda qualche accordo.
Terra arida, assolata,
aggrappata a uno scoglio
di speranza,
eppure generosa e forte,
paesi in coro
intorno al tuo vulcano
minaccioso e paterno
ad un tempo.
Terra di problemi irrisolti,
di lava disseccata, di lapilli e cenere grigia,
ma pronta dentro
all’ultima riscossa.

Lenio Vallati, Sesto Fiorentino (Fi)
Premio Speciale “Napoli Cultural Clessic”, Sez. B

Motivazione:

Poesia ispirata al paesaggio che corre incontro parallelamente al finestrino di un treno. Paesaggio che si coglie a flashes nei fugaci ritratti impressionistici: panni stesi, case diroccate, squarci di mare, pianto di bimbi, visi di vecchi al tramonto, giovani all’alba della vita. Se corrediamo l’oleografia di terra arida assolata, non c’è alcun dubbio: è la terra del Vesuvio, terra di lacrime, di problemi non risolti, ma pronta alla riscossa con prospettive migliorative che la riabilitano.

(Anna Gertrude Pessina)

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DI NOTTE!

Di notte sai che faccio?
Apro prima un occhio per vedere se ci son le mie streghe a spiarmi.
Che controllano se sto realmente dormendo. Ma vedo addormentate anche loro.
Allora mi alzo in punta di piedi, lancio loro degli sguardi furtivi e sgattaiolo fuori dalla porta.
Affero il mio lettore mp3 e metto la mia canzone.
La MIA.
Così di notte, scappo nel salotto. E BALLO.
Ballo da sola.
In punta di piedi, ridendo come una bimba
felice e inconsapevole della sua innocenza.
Non cresco.
Io di notte non cresco.
Io di notte rimpicciolisco fino a diventare microscopica e sguscio via
sotto il portone chiuso a chiave,
volo via lungo tutte le scale e scendo giù in strada.
Cammino, corro, incespico rido ballo VOLO.
Il mio nome ha le ali sempre.
Ho le ali perchè così posso arrivare alle stelle. E oh, ricorda.
Io non sono cresciuta.
IO NON CRESCO MAI DI NOTTE.
Fuggo per le strade con il mio pigiama a righe e le mie alette colorate.
Arrivo alla mia stella e me ne sto lì a ballare come una forsennata.
Un passettino avanti, uno indietro e...cado dalla stella presa dalla musica.
E solo io so come ci si sente a cadere tra le stelle.
E mi culla il mare quando atterro.
Dolce e salato come solo lui sa essere.
Mi afferra delicato con le sue onde e mi riporta piano sulla spiaggia.
Ma mi accorgo che in realtà
quei piccoli granelli di sabbia sono tutti frammenti di stelle.
Mi ritrovo così sempre tra piccoli e luminescenti corpi celesti.
C'è la musica a farmi compagnia. Come sempre.
E basta un battito di ciglia e sono di nuovo fuori casa mia.
Uno sguardo alla finestra delle scale mute e inquietanti, con quella loro luce squallida,
e il sole eccolo che fa capolino. Saluto le stelle e rientro in casa.
Ricomincio a crescere.
Lo specchio tuttavia mi da sempre il riflesso di una bimba che balla.
Che balla tra le stelle e si guarda intorno.
Mah...chi lo sa. Può darsi che nella caduta qualcuno le tenda la mano.
Lei balla sempre in attesa.
Senza speranze.
Le basta ballare così. Con il suo lettore e il pigiama 3 volte più grande di lei.
Quando rientro in stanza le streghe son lì sveglie che mi guardano severe, scuotono il capo.
Ma basta un pò del mio sorriso stellato e indico il cartello che c'ho appeso al cuore :
" io di notte non cresco" .
E tutto mi vien perdonato.

Erlinda Guida, Frattamaggiore (Na)
1° premio Sez. “Giovani”

Motivazione:

Io di notte non cresco: è la sintomatica ma divertente affermazione/constatazione della giovane autrice di questi versi freschi, immediati e genuini. Durante la notte, infatti, lei non vuole rielaborare le pesantezze e le oppressioni della quotidianità, rappresentate dalle streghe che stanno lì a spiarla, ma vuole rimanere nella sua semplicità di fanciulla innocente e gaia, pronta sempre a divertirsi, a ballare e a volare fra le stelle, in un sogno che vorrebbe non avesse mai fine.
La lirica, semplice nella sua struttura formale, si snoda però attraverso belle e originalissime immagini.

(Giuseppe Vetromile)

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OVERDOSE

Limpido scivola il Giorno sul chiaro vetro
(cobalto atteso ed attesa rotonda Luna)
e cola dalle guglie di bronzo l’ultima morbida
carezza dello sfinito amante.
Melodica cade l’acqua da la doccia in su la pelle:
s’incontra su gli steli;si bacia su le ciglia;
s’attorciglia sulle anche;si scontra nella valle;
sfinita al fin si manca ,in un abbraccio,nel mare.
Omai s’appressa il Tempo ch’anco Zeus scelse pe’ suoi atti:
dove nacquero eroi da ventri mortali.
Tutto qui aspetta che da la porta de la sera
un rantolar di stelle sbuchi dai violetti fori.
Ma accenditi Luna,spargi lunghe le nivee strisce
immiste a polvere,man mano che affonda
come un ago nella vena dell’Oceano il Sole.
Sento ora l’asfalto che brulica e cammina
e il vento sfrenato sedurre le giovani foglie
che concedono e negano come vergini
sognanti deliri di cobalto appena munto.
Ed io sniffando le piste che dal Sommo Monte
fin dove Augusto si pose,invasato son giunto.
Ecco l’ibisco passeggero – d’intorno sciami
frullanti di rondini – e le primule inesperte
e le dotte bignòmie e gerani bianchi
come cicogne e gli onirici mistici tageti,
le brugmàsie visionarie e un fiore senza nome.
Passato tra le droghe vegetali,salgo le scale
- venti gradini tra la Terra e l ‘Olimpo -
fiutando l’occhio dietro le tende illunate
e sognando il corpo uno stelo l’occhio un vaso.
S’entra così tra un sipario suadente di sottane
con scalpitii di mani svelte a sbottonare
anche la carne ,nascosta nei vestiti,schiava
ormai dell’aria ansante fatta dai polmoni.
Geografia ignota il tuo corpo nella notte,
ad una ad una conto le tue coste, lascio
tracce per ritornarvi,mentre rotolo dai boschi
coi fichi colti sui citèrei monti.
Distesi poi faremo un varco ai nostri cuori di clessidra
dove ogni attimo solo eterno sarà per sempre.
Ma ancora qui fuori io sono,e tu non apri questa porta.
Un usignuol da i cipressi giunto piange e innalza
altissimo un requiem – dice – per il mio figlio.
Il vento spezza le piante,la luna un burka
di nuvole scure dove escon lampi veloci,indossa
e ha gli occhi rossi ed assassini e gocce nere
mitragliano il corpo ora che il sangue non sa parlare.
Squarciano le consonanti le vocali,stridono
allo svuotarsi del duplice miracolo.-Una chimica
legò i nostri corpi un’altra ne scorpora due da te-.
Zeus travasa questa Vita nel grembo o nell’encèfalo
o fa di questo corpo cenere per la tua folgore.
Svégliati...àlzati Amore!non vedi che bel Sole.

Raffaele Liguoro, Sant’Anastasia (Na)
1° premio Sez. “Autori locali”

Motivazione:

E’ un componimento interessante, basato sul gioco ben costruito delle parole e dei versi, con richiami mitologici e immagini molto forti ed evidenti, come ad esempio nel verso che descrive la luna nascosta da un burka di nuvole. L’inno all’amore è ben sottinteso, fra le rime, e la storia si snoda in un crescendo lirico sempre più accentuato, fino all’invito conclusivo a svegliarsi e a rinascere al Sole.

(Giuseppe Vetromile)

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